“La mafia uccide, il silenzio pure”

Durante la settimana dello studente, ho avuto il piacere di andare a visitare insieme alla mia classe il “No-Mafia Memorial”, museo che ha l’obiettivo di istruire i visitatori sulla realtà della mafia nella città di Palermo. Il museo è stato aperto nel Dicembre 2018, per opera dell’organizzazione “Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato”. L’organizzazione è stata istituita nel 1977, e dal 1988 è una ONLUS. Il Centro ha lo scopo di mantenere vivo il ricordo degli orrori di mafia, specialmente il brutale assassinio di Giovanni Impastato, a cui il museo dedica un’intera sezione. Ha sede nel Palazzo Gulì, in Via Vittorio Emanuele, costruito nel 1150 dal controverso personaggio Matteo D’Aiello, un cancelliere del re alla corte normanna. L’edificio fu adibito per essere un convento di suore e mantenne questa funzione fino al diciannovesimo secolo, quando il palazzo fu acquistato dalla famiglia Gulì, una delle più antiche famiglie di pasticceri, che “codificarono” la cassata siciliana. Dopo i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, il palazzo venne ristrutturato e acquisito dal Comune. Attualmente la mostra si espande solo nel piano terra del palazzo, ma gli altri tre piani verranno presto resi visitabili. Il primo piano, che sarà dedicato principalmente alle scuole e agli studenti, verrà occupato da biblioteche, emeroteche e vi saranno organizzati laboratori per documentarsi, fare ricerche e creare progetti. Il secondo piano, più per i turisti, avrà un percorso didattico, storico e multimediale e vi saranno esposti i lavori degli studenti. Nel terzo piano, che sarà il più spettacolare di tutti, verranno allestiti set cinematografici mostranti fatti più eclatanti che hanno colpito la storia pubblica. Il 12 Dicembre ha inoltre aperto una mostra sulla tratta delle nigeriane in Italia.

La mostra ad oggi disponibile è divisa in due grandi sezioni: la prima incentrata sulla vita di Peppino Impastato e lo sviluppo della mafia nelle province; la seconda, invece, facendo un tuffo nel passato, parla del banditismo, delle condizioni in Sicilia nel Dopoguerra e del separatismo. A fare da guida nella prima parte è stato il direttore della struttura: Ario Mendolia. Egli ha fornito un quadro generale sulla vita di Peppino Impastato e delle famiglie mafiose nel paese di Cinisi, lasciandoci poi liberi di girare per le sale per osservare le molteplici foto esposte. Peppino nasce in una famiglia mafiosa. Sia lo zio che il padre avranno un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, ma Peppino denuncerà la mafia di Cinisi e l’aeroporto, che poi verrà usato per il traffico di droga. Peppino inizialmente verrà tollerato ma non appena tenterà di mettere a rischio l’economia, nonostante tutti i tentativi in difesa del figlio da parte dello zio, del padre e della madre, sarà ucciso in maniera brutale: sarà massacrato e adagiato sui binari della ferrovia con del tritolo, postogli sul petto. Durante le indagini gli investigatori dichiararono il caso un attentato terroristico-suicida. Non vengono fatti nemmeno rilievi scientifici, prova del depistaggio dell’indagine. Da lì sarà avviata una vera inchiesta, portata avanti dalla madre che ha lottato per avere giustizia, fino al riconoscimento della colpevolezza di Gaetano Badalamenti, il mandante. Le foto sono padrone dell’esposizione, spesso accompagnate da didascalie, affinché i concetti possano essere chiari anche per chi non sta svolgendo una visita guidata. Nella sala successiva abbiamo anche uno scorcio sulla mafia degli anni Settanta, con protagonista Lucky Luciano, che a quel tempo risiedeva all’Hotel delle Palme, uno dei più rinomati di Palermo, che si appresta a organizzare il nuovo traffico di droga insieme a Gaetano Badalamenti.  Questo traffico venne scoperto da Boris Giuliano, che pagherà con la vita, ucciso da Leoluca Bagarella, il cugino di Totò Riina. Sul traffico di droga iniziò anche ad indagare il giovane Giovanni Falcone. L’ultima sala di questo settore ha esposti dei bellissimi quadri di Pino Manzella, amico di Peppino Impastato, che dipinge la Sicilia secondo la sua interpretazione.

La seconda parte della mostra, in ambienti leggermente più ristretti rispetto all’altra, è divisa in settori numerati. Questa volta a farci da guida è stata Martina Martire, una delle guide del Memorial, che è riuscita a descriverci la vita del dopoguerra con chiarezza e precisione. La prima sezione è dedicata al banditismo, fenomeno nato ai tempi di Federico II nel XIII secolo e diffusosi nel Mediterraneo nel XVI secolo. La sezione successiva presenta varie foto della Sicilia provata dal dopoguerra. L’ultimo settore è infine dedicato a Salvatore Giuliano, alla sua banda e al Separatismo. Salvatore Giuliano diventa un bandito dopo aver ucciso un carabiniere che gli voleva requisire due sacchi di frumento, comprati al mercato nero, dandosi successivamente alla latitanza. Nel 1944 disegna un manifesto per la separazione della Sicilia dall’Italia e per l’annessione all’America. Nel 1947 fu esecutore, insieme alla sua banda, della strage di Portella della Ginestra. La visita si è conclusa con la visione di un documentario inerente al percorso.

La visita è risultata interessante e costruttiva. Ho particolarmente apprezzato come le fotografie riuscissero a “parlare da sé”, senza il bisogno di troppe didascalie. Inoltre, è da ammirare l’associazione, che non prende finanziamenti, ma si autofinanzia tramite le donazioni. Consiglio a tutti di andare a visitare il Memorial: è giusto che si conoscano questi eventi della storia siciliana, che spesso si cerca di ignorare ma che sono fondamentali per non commettere nuovamente gli stessi errori.

                                                                     Nadia Pandolfo

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