Andare all’estero è per uno studente uno degli elementi di formazione più importanti. L’esperienza, infatti, oltre a far apprendere una o più lingue permette di acquisire delle abilità trasversali quali capacità di comunicazione e adattabilità.
Il progetto “Erasmus” (“European Community Action Scheme for the Mobility of University Student”, cioè “schema di azione per la mobilità della comunità europea degli studenti universitari”) è, come si può evincere dal suo acronimo, pensato originariamente per studenti universitari ma che, al giorno oggi, è disponibile anche per i liceali. La durata può variare da una settimana a un mese ed è finanziata dall’Unione Europea; è possibile partecipare fin dal secondo anno in base al bando. Esistono anche le mobilitazioni studentesche indipendenti a cui si può accedere attraverso organizzazioni (Intercultura) o agenzie (YouAbroad, EF, ecc.). In questo caso, lo scambio sarà fatto durante il quarto anno di liceo e avrà durata di tre mesi, sei mesi o un anno. Tutte le esperienze, con durata diversa, sono state fondamentali nella vita scolastica degli studenti che ho avuto la possibilità di intervistare: Dario Davì, Davide di Trapani e Francesco Sansone.
Per alcuni di loro la voglia di intraprendere questo percorso partiva da un sentimento proprio, che sia la curiosità verso una cultura straniera o il desiderio di imparare una nuova lingua. “Grazie a questa esperienza ho potuto acquisire competenze tecniche e umane altrimenti irraggiungibili per la mia età” ci racconta Davide che ha passato un anno grazie ad Intercultura in Québec. Per altri l’idea è partita da un suggerimento esterno. Dario, che ha passato quattro settimane in Francia grazie al progetto Erasmus, è partito proprio dopo il consiglio della professoressa Barbagallo, referente della scuola per la mobilità studentesca. “Avevo sempre pensato di partecipare a un progetto del genere e questa è stata l’occasione perfetta, anche grazie alla mia professoressa”, aggiunge.
Il percorso all’estero ha permesso a tutti loro di imparare moltissime cose che non avrebbero potuto conoscere rimanendo a Palermo. “In Slovacchia ho avuto la possibilità di provare la kofola, una bevanda che potrebbe essere considerata la nostra Coca Cola. Il sapore ricorda il chinotto ma il paragone non reggerebbe, veramente squisita” ci racconta Francesco che ha da poco finito di ospitare il suo fratello ospitante Daniel. Anche Davide racconta della poutine, piatto tipico del Québec fatto di patatine fritte coperte da cagliata di formaggio e salsa Gravy. Oltre ovviamente ai cibi tipici è rimasta impressa la lingua: “Ascoltando il francese ventiquattr’ore su ventiquattro ho sicuramente imparato le frasi più comuni da poter usare a casa a scuola”. Davide inoltre usa l’occasione per sottolineare la differenza del dialetto del Québec rispetto al francese che si parla in Francia: l’automobile, che in Francia si chiama voiture, in Québec si dice char.
Nel paese estero i ragazzi hanno tutti frequentato una scuola che per Francesco è stata anche il ricordo più significativo. L’interazione tra ragazzi della sua stessa età ma con un background culturale completamente diverso ha creato in realtà per lui un rapporto ancora più saldo. “Stiamo già organizzando una reunion per l’anno prossimo!” ci dice con un sorriso. Per Dario e Davide uno dei ricordi più importanti è stato invece la scoperta della storia del paese dove si trovavano. Grazie alla sua famiglia ospitante, Dario ha potuto fare una visita a Lascaux a vedere le pitture rupestri. Davide invece, grazie ad Intercultura, ha potuto apprendere la storia e la religione degli indigeni che abitavano il territorio del Québec.
Ho rivolto loro un’ultima domanda: “Perché altri ragazzi dovrebbero fare questa esperienza?”. Le risposte sono state svariate. Per Francesco questa è stata un’esperienza “obbligatoria” per chi come lui si sente un “cittadino del mondo” oggi più che mai interconnesso. Per Dario il suo scambio culturale è stato la certezza di finire in un ambiente proficuo dove è potuto crescere molto, non solo vivendo in Francia ma anche interagendo con ragazzi francesi che come lui erano guidati da questo desiderio di crescita. “Mi ha aiutato a realizzare che noi uomini siamo al contempo estremamente diversi e simili. Il nostro obiettivo comune era di costruire un ponte tra queste diverse realtà, trascendendo la differenza della lingua”. Per Davide sono state invece le competenze trasversali applicabili non solo a breve termine ma anche per il suo futuro lavorativo. “Si ha una marcia in più”, aggiunge. “Si creeranno legami indissolubili sia con gli amici che con la famiglia ospitante”.
Anche io stessa ho potuto frequentare un anno in Giappone grazie a Intercultura e condivido appieno tutte queste testimonianze.
Mi auguro che questo articolo aiuti tutti i ragazzi indecisi a prendere parte alla mobilitazione scolastica. Ringrazio nuovamente tutti i ragazzi che ho avuto il piacere di intervistare.
Flavia Fiasconaro
