
Nella storia della letteratura occidentale poche opere hanno avuto un così vasto impatto come il capolavoro di George Orwell 1984. Oltre ad avere ispirato moltissime altre produzioni artistiche in campo videoludico, cinematografico e musicale, (come il concept album Eye in the sky di Alan Parsons project, per nominarne un solo esempio) conduce ancora oggi milioni di persone ad avvicinarsi alla lettura, avendo forte effetto specialmente tra i giovani essendo considerato, per l’appunto, un must per chi ama leggere. Questo articolo non conterrà già una sinossi del romanzo al fine di evitare spoiler se a qualche lettore venisse voglia di cimentarsi nella lettura di questo. L’articolo dunque contiene più uno spunto di riflessione sull’importanza dell’opera ma soprattutto sul perché sia importante leggere il romanzo per evitare di rendere il nostro già vessato mondo ancora peggiore.La storia editoriale del libro conserva già delle esperienze proprie del suo autore, il quale, nelle vesti di giornalista di guerra, era stato inviato dal Regno Unito nelle campagne spagnole desolate dall’aspra guerra civile in corso, avendo così occasione di toccare con mano la miseria che può nascere dalla guerra. Forte di ciò, insieme ad un altrettanto forte sentimento antifascista e antisovietico, Orwell inizia a figurare nel suo immaginario il profilo di un despota che incarnasse le stesse caratteristiche dei terribili dittatori che regnavano nell’Europa degli anni ‘40, colui che prenderà il nome di Grande Fratello. Questa mesta incarnazione del fallimento della democrazia borghese non poteva che calzare a pennello in uno scenario distopico, genere che iniziava ad acquisire popolarità dopo la pubblicazione di titoli come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury oppure Brave New World di Aldous Huxley (che fu anche maestro dello stesso Orwell). Tuttavia, 1984, a differenza dell’opera di Huxley che è davvero ambientata in un altro mondo, incarna del tutto il disfacimento realistico della democrazia e lo sfaldarsi di tutti quei valori che diamo per scontati.

Posiamo, dunque, la nostra lente di ingrandimento sulla Pista Uno, sfondo delle vicende del romanzo che altro non è che un diverso nome per le isole britanniche. A governare non c’è un re, né un parlamento democratico, bensì sul trono siede il potere ideologico del partito di base socialista del Socing, spesso chiamato semplicemente “il Partito”, in quanto è l’unico che ha il legale diritto di esistere ed è l’unico che effettivamente ha tra le mani le stringhe della politica e non solo, come vedremo. A capo di questo vi è il già citato Grande Fratello, ubiquo dittatore che, con un accenno onomastico alle politiche paternaliste, conosce tramite un sistema intricato di monitor e telecamere le abitudini e i dettagli delle vite private di ogni cittadino della Pista Uno e di tutta la nazione dell’Oceania. Avendo nelle mani questo potere poi, il dittatore ha la capacità di perseguire i cittadini quando anche i soli loro pensieri non rispecchiano le ideologie del Partito, consegnandoli poi nelle mani della Psicopolizia, le cui turpi capacità sono ampiamente ritratte nell’opera. I cittadini, ne consegue, non possono in alcuna misura pensare lungo cammini che precludono l’ortodossia del Partito, che, come una piovra, arriva a insinuarsi fin nella lingua parlata dei cittadini. A supportare questa lisi della libertà vi è, da parte di Orwell, un’analisi della storia che pone nelle mani di questa un potere immenso. La storia di un popolo, infatti, non è per Orwell soltanto una raccolta aneddotica di fatti riguardanti il passato di suddetto popolo; è un monito, è l’esperienza che tira su i rivoltosi quando il presente in cui vivono necessita di essere cambiato. E tutto ciò il Partito lo sa, sa perfettamente che se esso si pone come unico arbitro della storia e, di conseguenza, unico detentore della cultura, nessuno oserà, anzi, nemmeno potrà mai opporsi ad esso né farlo vacillare. Che sia chiaro: agli occhi del Partito la mistificazione della realtà è affare di ogni giorno, tanto che addirittura esiste, a Londra, un intero ministero incaricato proprio di modificare la storia tramite la cultura. Nessuno però pare accorgersi delle assurdità e dell’ipocrisia dello Stato di cui l’élite politica è il monumento.
D’altro canto, però, l’ignoranza dilaga a macchia d’olio per le strade di Londra, ove con ignoranza, si badi, non si fa riferimento alla pura ineducazione, ma alla vera e propria abitudine di ignorare la cultura. È per questa ragione che il Partito vince sempre ed è proprio da qui che parte l’ultimo spunto di riflessione di questo articolo: ognuno di noi, nel nostro piccolo, ha il dovere di conservare in sé un po’ della cultura infinita inscritta nel più vasto scenario dello scibile umano; ognuno di noi, quando, stringendosi fra le spalle, dice: “c’è già qualcuno che questo l’ha studiato, a me a che servirà mai studiare tutto ciò?” danneggia inevitabilmente la finissima ma meravigliosa rete di conoscenze che ci garantisce ogni giorno la libertà di sorridere e pensare a modo nostro, ed autorizza, in ultimo, il prepotente di turno a scavalcarla col potere talvolta tagliente della cultura.
Dario Davì
