“L’Odio” chiama odio

« Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano
che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui
tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma
l’atterraggio.»
Con queste parole si apre la celebre pellicola di Mathieu Kassovitz. L’Odio (in lingua
originale La Haine) non ha per protagonisti dei supereroi o dei coraggiosi avventurieri e
non è ambientato nello spazio, nella giungla o tra le suggestive rovine di un mondo post
apocalittico. È, piuttosto, la storia degli ultimi, degli scarti della società, della gente comune
che vive senza filtri la cruda realtà di un mondo che sembra essersi dimenticato di lei.
Ci troviamo nella periferia parigina degli anni Novanta. Sono giorni di scompiglio: in tutta la
città sono divampate feroci rivolte (le famose “rivolte delle banlieue”) che hanno gettato le
strade nel caos. Un ragazzo, Abdel, amico dei tre giovani protagonisti, si trova in ospedale
in fin di vita dopo essere stato coinvolto in un pestaggio da parte delle forze dell’ordine.
Vinz, Said e Hubert sono ragazzi figli della strada e, come tali, conducono vite sregolate.
Sono impulsivi e furiosi, e le loro giornate oscillano tra la criminalità e la speranza di
riuscire ad andare via dalle banlieue in cerca di un futuro migliore.
Quando Vinz rivelerà di aver ritrovato, in seguito agli scontri, una pistola, il trio si vedrà
sottoposto a una pressante questione: vendicare Abdel togliendo la vita a un poliziotto o
imboccare la strada della redenzione e lasciarsi tutto alle spalle?
Non mancano violenti contrasti fra i tre. Vinz rappresenta l’odio verso di “loro”, l’irruente
desiderio di giustizia, o, per meglio dire, di pareggiare i conti. Per lui, il grilletto andrebbe
premuto. Dall’altro lato, Hubert, più razionale e maturo, pur condividendo il desiderio di
vendetta dell’amico non si lascia dominare dai propri impulsi, e riconosce l’insensatezza di
tale gesto. Per lui, è meglio giocarsi le proprie carte per andare via da quel posto che non
lascia spazio a un futuro dignitoso. Said resterà, quasi come uno spettatore, passivo al
centro tra i due fronti.


Il film si articola interamente nell’arco di ventiquattro ore. Girovagando per le strade di
Parigi, i tre amici, tra un litigio e uno schiamazzo, affronteranno la dura realtà a cui, ahimè,
sono ormai abituati, mentre la necessità di compiere la scelta si fa sempre più incombente.
Ormai, il tempo stringe.
Finché, in un bagno pubblico, la svolta. Un anziano sopravvissuto ai campi di
concentramento, sentendo bisticciare i ragazzi, racconta una storia.
« Avevo un amico che si chiamava Grumvalski, siamo stati deportati insieme in Siberia.
Quando ti portano in Siberia nei campi di lavoro, si viaggia nei carri bestiame […], ci si
scalda l’uno con l’altro, ma il problema è che per liberarsi, per cacare, nel vagone non si
può e le sole fermate sono quando bisogna mettere l’acqua nella locomotiva. Ma
Grumvalski era parecchio timido e già quando dovevamo lavarci in gruppo si sentiva molto
a disagio, io lo prendevo un po’ in giro per via di questa storia, insomma il treno si ferma e
tutti noi ne approfittiamo per andare a cacare dietro al vagone; ma io gli avevo talmente
rotto le scatole al povero Grumvalski che lui decide di andarsene un po’ lontano, insomma
il treno riparte, tutti saltano su al volo perché il treno non aspetta, il problema è che
Grumvalski, che se n’era andato via dietro a un cespuglio, stava ancora cacando, allora lo
vedo correre fuori da dietro il cespuglio, reggendosi con le mani i pantaloni per non farli
cadere e tentando di raggiungere il treno. Io gli tendo la mano, ma come lui mi tende le
sue deve mollare i pantaloni che gli cadono alle caviglie, ritira su i pantaloni e si rimette a
correre e i pantaloni gli cascano tutte le volte che Grumvalski prova a tendermi le mani… Allora insomma che è successo? Niente, Grumvalski è morto di freddo… Arrivederci, arrivederci, arrivederci.»


Il messaggio è chiaro: dobbiamo abbandonare l’orgoglio, lasciare cadere i pantaloni
noncuranti di quel che si vedrà, se vogliamo afferrare la mano del nostro amico e
sopravvivere.
Sarà pensando alle parole dell’anziano che Vinz, anche dopo aver scoperto della morte
dell’amico, deciderà di consegnare la pistola a Hubert per disfarsene definitivamente.
Ma la pace non dura a lungo. La polizia, desiderosa di ingaggiare un nuovo scontro,
ferma, perquisisce e umilia i ragazzi. Parte un colpo dalla pistola di uno degli agenti: è
Vinz a crollare esanime. Il film si chiude con l’immagine di Hubert che corre a vendicare
l’amico, squarciando il silenzio con uno sparo.
Non si sa se il ragazzo colpisca o meno il poliziotto, né, a ben vedere, ha importanza: è la
violenza la protagonista e l’unica costante non solo del film, ma del mondo intero. La
spirale dell’odio si è così rinnovata. L’odio chiama odio.

Federico Fiume

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