“Malato immaginario? Ebbene, io preferisco di essere un malato reale. Prima di tutto un malato immaginario è una mostruosità ridicola eppoi per lui non esistono dei farmachi mentre la farmacia, come si vede in me, ha sempre qualche cosa di efficacie per noi malati veri!”
Questo passaggio de La coscienza di Zeno racchiude in sé il beffardo rimprovero che Enrico Copler, affetto da nefrite, rivolge all’amico Zeno Cosini, protagonista del romanzo, dopo che questi si è dichiarato un “malato immaginario”. Copler è saldamente convinto che l’infermità fisica costituisca una condizione dignitosa, nei confronti della quale qualsiasi altra forma di malessere risulta inconsistente, ridicola, deplorevole. Tale convinzione, come vedremo, verrà ben presto smentita, e alla fermezza di Copler si sostituirà l’interesse verso quella malattia “invisibile” da cui Zeno è tormentato. Ma che cos’è dunque la malattia? Prendetevi qualche minuto per cercare il significato di questo termine. Sul dizionario troverete che per malattia si intende “qualsiasi alterazione morfologica o funzionale di un organismo animale o di una delle sue parti dovuta a cause interne o esterne”. Si tratta perciò di una condizione in cui il normale equilibrio dell’organismo risulta alterato, e da tale squilibrio deriva una sensazione di sofferenza che affligge l’individuo. L’infermità può manifestarsi a livello fisico, ed è probabilmente tale manifestazione a livello del corpo a suscitare nella mentalità collettiva un’immediata associazione con il termine malattia. E’ la “malattia reale” alla quale Copler si riferisce, e che viene reputata inizialmente come l’unica forma di sofferenza degna di considerazione, come uno stato di dolore elevato al di sopra di qualsiasi altra modalità in cui l’essere umano può non stare bene. Siamo consapevoli, però, che la malattia è in grado di affliggere anche la mente, lo spirito, eppure accade spesso che la salute mentale venga relegata ad una posizione di secondo piano. A lungo alle malattie mentali non è stata attribuita l’adeguata importanza, ed anzi esse sono state ritenute motivo di vergogna per coloro che erano affetti. Soltanto recentemente abbiamo cominciato ad acquisire consapevolezza dello stato della nostra psiche, e a conferirgli il giusto peso. In questo senso, Italo Svevo anticipa le tendenze odierne ed abbraccia con entusiasmo le teorie elaborate da Freud sulla psicoanalisi, esplorando la mente di Zeno attraverso il racconto della sua vita.
Il disagio mentale del protagonista sembra essere tuttavia ben più radicato in profondità di un disturbo psichico, e per questo difficilmente etichettabile. Non vi è alcuna diagnosi (perlomeno all’inizio), quella di Zeno è una malattia esistenziale, tutt’altro che immaginaria dal momento che condiziona ogni aspetto dell’agire del protagonista. Non a caso, dunque, Copler dovrà ricredersi ed asserire che “il malato immaginario era un malato reale, ma più intimamente di questi ed anche più radicalmente. Infatti i suoi nervi erano ridotti così da accusare una malattia quando non c’era, mentre la loro funzione normale sarebbe consistita nell’allarmare col dolore e correre al riparo”. Nonostante gli venga diagnosticata alcuna patologia, Zeno passa la sua intera esistenza alla ricerca di qualcosa in sé da curare, di qualcosa da cui guarire. Cerca così di rinunciare al vizio del fumo, che individua come responsabile dei propri malumori, senza tuttavia riuscirvi. La verità è che la condizione che Zeno incarna è quella dell’inetto: un individuo che più che vivere si osserva vivere, intrappolato in un torpore che gli impedisce di imporre se stesso tramite l’azione, frenato dall’inerzia della volontà che fa si che tutto accada di fronte agi occhi del protagonista senza che questi si renda partecipe. La stessa sua incapacità di fare a meno del fumo diviene a questo punto manifestazione della sua inettitudine, così come lo sono la sua incapacità di accettare il rifiuto della donna che ama e di ammettere di provare ancora dei sentimenti per lei dopo lungo tempo. A poco servirà la diagnosi del complesso di Edipo che verrà effettuata dal suo psicoanalista, verso il quale Zeno nutrirà solo un profondo risentimento. Deluso dalla terapia, convinto di essere malato e oltremodo insoddisfatto, Zeno continuerà ad attribuire la propria inettitudine a cause esterne, non riuscendo a farsi carico delle proprie responsabilità e a modificare il proprio approccio all’esistenza. Che fare, dunque, se il proprio terapista non riesce a fornire una risposta ai propri interrogativi? Come comportarsi se il dolore che affligge la propria psiche non dipende da alcun disturbo ma è dovuto ad un “male di vivere” all’apparenza impossibile da battere? Come riuscire ad intervenire in prima persona per mutare comportamenti così radicati nel proprio carattere? A questi interrogativi Zeno non trova risposta.
Anastasia Pirrera
