E noi…siamo veramente alienati?

In un mondo apertamente capitalista qualsiasi uomo voglia volgere una vita “normale” è alienato, anche il capitalista stesso. Lo sfruttamento dei lavoratori non è un mondo lontano dal nostro, bensì, lo possiamo notare costantemente. Salari minimi inesistenti, disuguaglianza di redditi, sfruttamento dei lavoratori, ne sentiamo parlare continuamente. Ma, in fondo, a noi che ci importa della condizione di povertà altrui? Ci basta pensare al problema come lontano, fuori di noi, non accorgendoci che anche questa è una forma di alienazione. Viviamo come una doppia alienazione, pensiamo ad essa come un fenomeno che non ci possa colpire. Eppure è facile accorgersi di questo inganno e basta solo porsi una semplice domanda per capirlo:” Pensi di poter vivere una vita da uomo libero, sviluppando idee e pensieri tuoi?” 

“Siamo veramente in grado di raggiungere la felicità, che non sia mera gaiezza ma la forza vitale che supera gli ostacoli che limitano la libertà? “

Noi studenti, per esempio, per anni siamo costretti a imparare innumerevoli concetti, non sviluppando invece ciò che più ci dovrebbe essere caro, un pensiero critico e creativo. È normale però, al capitalista fa troppa paura un popolo che si considera pensiero e non merce. Perché siamo noi popolo a cambiare la società, non è essa a modificare noi. E il capitalista non vuole di certo mutare la condizione economica attuale.

E così andiamo avanti, nascondendoci dietro questa maschera di gioia. Perché, si può vivere non alienati? Probabilmente sì ma con un distacco totale dalla società odierna, come degli eremiti, manifestando unicamente le proprie capacità per dei bisogni propri.

Come ho già detto, a mio parere, anche il capitalista vive una forma di alienazione. Perché se il lavoratore gli vende la sua “preziosa merce”, nonché la sua stessa vita, il capitalista che strumentalizza l’uomo si aliena dalla sua stessa specie, considerando l’uomo denaro, merce, macchina. Questo succede perché si pensa che alla base del nostro sistema economico ci sia il principio di merito. Come se colui che si erge sopra gli altri viva la sua condizione di superiorità unicamente grazie alla propria bravura e che questa sia un giusto presupposto per sottomettere altri uomini.

Eppure non è così. Se vivessimo in una condizione di uguaglianza, tutti potremmo esprimerci, forse qualcuno meglio di altri ma, in fondo, che importa? Mi interessa davvero raggiungere la vetta privando della libertà gli altri?

Adelaide Zerbo

Lascia un commento