Ipparchia e il cinismo

Sull’orizzonte culturale della storia della filosofia, apparentemente dominato
dalla figura maschile, come traspare dai nostri libri di scuola, si staglia la
figura di Ipparchia, la cui opera divulgatrice fu cruciale nella diffusione e nello
sviluppo del pensiero cinico nella Grecia del III-IV secolo a.C.
Le basi della scuola cinica furono gettate da Antisene di Atene, erede del
pensiero sofistico di Gorgia – il quale negava l’esistenza di una verità ultima –
e di quello di Socrate – che sosteneva invece che la verità non è oggettiva
ma consiste nel processo di ricerca di essa da parte dell’individuo stesso.
Sulla base di queste affermazioni, Antisene arriva a identificare la verità (di
cui è negata la validità) nelle norme sociali, che ritiene frutto di convenzioni
protratte nel tempo e degenerate nel pudore, negazione dell’essere umano e
di tutte le sue attività naturali. Come conseguenza, ogni individuo che è
convinto di essere libero lo è solo nei limiti di quelle che sono le formalità
imposte dal contesto sociale e recita in un ruolo che non rispecchia la sua
identità e il suo essere libero, ma che è un ruolo predefinito, stabilito da una
lunga tradizione non giustificata da nulla se non dal timore di infrangere le
suddette norme. Tali posizioni risulterebbero coerenti anche se applicate
oggi ma questa è una riflessione che spetta a chi vuole prenderne atto,
mentre l’obiettivo di questo articolo è quello di descrivere il ruolo di Ipparchia
nello sviluppo di questa corrente di pensiero.
Su come Ipparchia sia stata introdotta all’ambiente di queste scuole
filosofiche non si ha ancora certezza, poiché le donne nell’antica Grecia non
avevano il permesso di partecipare alle lezioni di filosofia, neppure quelle che
si svolgevano negli spazi aperti dell’agorà. Con grande probabilità venne a
contatto per la prima volta con il pensiero cinico grazie a Cratete di Tebe, suo
futuro marito, che aveva contatti con il fratello Metrocle. Dal fascino che la
filosofia cinica suscitò in Ipparchia scaturì un profondo amore tra lei e
Cratete, tanto che la filosofa, in maniera alquanto controversa per i tempi,
rifiutò qualsiasi pretendente finché non riuscì a sposare Cratete.
Continuarono quindi a vivere condividendo il loro ideale stile di vita e
predicando – nelle scuole e nei banchetti – la filosofia cinica fino alla fine dei
loro giorni.
Coerentemente con gli ideali cinici, condussero una vita priva di agi e di
privilegi, vestiti solo di stracci e procurandosi solo il minimo indispensabile per
sostenersi. Un altro punto focale della filosofia cinica era l’allontanamento dai
beni che – in quanto innaturali – non faceva altro che procurare un piacere
falso e momentaneo, privando l’uomo della sua reale libertà. La figura di
Ipparchia sembrava quasi stupefacente agli occhi dei filosofi greci: oltre che
assistere Cratete nell’insegnamento della dottrina cinica, anche sostituendolo
nel suo ruolo dopo la sua morte, prendendo le redini della scuola filosofica,
partecipava col marito ai banchetti, sorprendendo i partecipanti con grande
acume, dimostrando di non essere, contrariamente alle loro credenze, una

“semplice prostituta” che tentava di farsi strada in discorsi intellettuali fuori
dalla sua portata, ma di essere invece in grado di padroneggiare questi stessi
argomenti. Da una lettera indirizzata a Teodoro l’ateo, si evince che durante
un convivio riuscì a mettere il destinatario in crisi riguardo alle proprie
posizioni sull’educazione e sul ruolo della donna nell’antica Grecia, alla quale
era proibito dalle fatidiche norme sociali – ferocemente condannate dai cinici
– partecipare alle questioni filosofiche e politiche, costringendo Teodoro a
ritirarsi dal dibattito.
Nonostante Ipparchia sia realmente esistita, sappiamo da Diogene Laerzio –
principale fonte sulla vita di Ipparchia – in opere come la Suda che sotto
alcuni aspetti, alcuni episodi della sua vita, la sua figura fu in qualche modo
idealizzata, ma ciò non deve portare a svalorizzare l’impatto culturale che le
opere della sua vita portarono nel panorama culturale della filosofia
dall’ellenismo in poi.

Giuseppe Gurgone

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