Conosci l’erica? Si tratta di un fiore vivacemente dipinto a cui piace crescere in ambienti freddi e
ostili. Secondo una leggenda, è in grado di sbocciare solo nei pressi di luoghi in cui le anime di
creature magiche ormai decedute possono riposare imperturbate. E se guardi più da vicino, dicono,
potrai persino scorgere fate sfuggenti librarsi e volteggiare elegantemente tra i silenziosi arbusti
variopinti. Ma fai attenzione! Sembrerebbe che ingoiando anche il più sottile dei petali di un fiore di
erica ti trasformerai in una di loro e sarai condannato a fare di quei cespugli la tua eterna dimora.
Mamma mi raccontava spesso questa storia, sin da quando ero in fasce. La osservavo parlare
dalla mia culla, mi disse ridacchiando anni dopo, come papà guardava il telegiornale alla sera.
Eppure non potevo capire cosa stesse dicendo, e lei lo sapeva benissimo. E neanche crescendo
riuscii a capire. Continuai a chiedermi per molto tempo perché mi avesse dato il nome di quel fiore.
Forse solo quando se ne andò ebbi un po’ più chiaro il motivo. Sperimentai per la prima volta la
solitudine, proprio come un cespuglio di fiori di erica che cresce in un suolo troppo ostile per
ospitare altre forme di vegetazione. Accanto alla lapide di mamma avevo posato un vaso ricolmo
dei fiori che portano il mio nome. Volevo farle sapere che le ero sempre vicina.
Per alcuni anni andai a farle visita regolarmente. Sostituivo i fiori appassiti, pulivo la foto e mi
assicuravo di scambiare due parole con lei. A volte la rivedevo in sogno. Quando poi me ne andai
anche io, papà mi seppellì di fianco a lei.
Dopo la morte di mamma papà mi prese finalmente una cagnolina. Lo avevo supplicato sin da
piccola e stavolta non si era opposto. Sapeva che mi avrebbe fatto bene. La chiamai Stella, e grazie
a lei per un po’ non pensai a mamma.
Ma a farmi tornare il sorriso fu Edoardo, un paio di anni dopo. L’avevo conosciuto in terza
media ed eravamo diventati grandi amici sin dal primo istante. Quando era arrivato il momento di
andare alle superiori ci eravamo iscritti alla stessa classe di un liceo scientifico. Il mio sogno era
diventare una dottoressa per far sì che il cancro non si portasse via nessun’altra madre di
nessun’altra bambina. Il suo, quello di andare nello spazio.
Alcuni anni dopo era ormai uno di famiglia. “Il figlio maschio che non ho mai avuto”, lo
chiamava affettuosamente papà, prima di dargli il cinque per salutarlo. A volte, quei due si
sfidavano a braccio di ferro come in una taverna la sera farebbero due vecchi amici ubriachi fradici.
Ovviamente vinceva papà, ma lui non si perdeva mai d’animo.
Perfino Stella, quando lo vedeva, gli correva incontro scodinzolando.
Dal canto mio, Edo era come un fratello. Aveva imparato a conoscermi meglio di quanto io
conoscessi me stessa. Lui c’era sempre per me, e io per lui. A volte litigavamo, ma sapevamo
entrambi di non riuscire a passare più di due giorni l’uno distante dall’altra. Credimi se ti dico che
un’amicizia così non si era mai vista.
Passò il tempo e crescemmo insieme. Lui si trovò una ragazza e per un po’ mi sentii messa da
parte. Ma smise di essere importante quando ti incontrai a quella festa di compleanno. Quello che ti
diedi fu il mio primo bacio. Come vorrei non averlo sprecato così!
Tra noi due le cose non furono mai esattamente rose e fiori. Ma ti amavo, e tu, a detta tua, amavi
me. Ricordo che a papà non facesti una buona impressione, quando ti presentai a lui. “L’importante
è che piaccia a te”, mi aveva detto più tardi con aria rassegnata, “e che ti tratti con rispetto”. E,
ahimè, tu a me piacevi fin troppo.
Non ti era mai andato giù il rapporto che avevo con il mio migliore amico. Faceva male sentirsi
dare della troia solo perché, come sempre, ero andata a fare i compiti a casa sua. Ti dava sui nervi
persino sapere che io e lui fossimo compagni di banco. “Non devi preoccuparti”, continuavo a
ripeterti, “Edoardo è come un fratello, e poi lo sai che ti amo”. Non bastò. Mi costringesti a rompere
con lui. Il perché, né io né lui lo sapevamo. L’avevo liquidato dicendogli che non eravamo più dei
bambini e che era arrivato il momento che le nostre strade si separassero. Sono abbastanza sicura
che non se la fosse bevuta.
Che illusa ero stata nel credere che questo avrebbe cambiato le cose.
Ben presto gli insulti diventarono minacce. Un pomeriggio, poi, al culmine dell’ennesimo litigio,
mi desti uno spintone, facendomi sbattere la schiena contro il mobile della cucina. Lo urtai talmente
forte da farlo capitombolare, insieme a tutte le tazze e i piatti di ceramica. A terra, un tappeto di
cocci appuntiti. Ti guardai paralizzata scoppiare a piangere. “Non so cosa mi sia preso Erica, dico
davvero”, continuavi a ripetere. Quante volte mi chiedesti scusa, quel giorno. Mi pregasti in
ginocchio di dire a mio padre che era stata Stella a combinare quel disastro. Il giorno dopo ti
presentasti a casa mia con un mazzo di fiori. Fu la prima volta che ebbi paura di te.
Credo però che in realtà tu ci avessi preso gusto, tanto da non riuscire più a farne a meno. Ogni
volta era sempre l’ultima volta. Proprio come un uomo che invano si sforza di smettere di fumare.
Ma adesso io so bene che ti faceva sentire di avere potere. Ti faceva sentire un re. Che dico, un
imperatore! E io ero il tuo cazzo di trono. E quale ebbrezza più dolce di questa può provare un
ragazzo insicuro come te?
Per un po’ mi illusi di capirti. Pensai che era solo il modo che avevi di dimostrare il tuo amore.
D’altronde, dicevi sempre di farlo per il mio bene. Mi abituai.
Passai un mese intero a letto quando mi rompesti due costole con un pugno. Mio padre pensava
che fossi caduta dalle scale. “Se c’è qualcosa che vuoi dirmi”, mi aveva sussurrato una sera, “lo sai
che io sono sempre qui, vero?”. Ma per me andava tutto bene. Ah, quanto amore mi dimostravi! Ti
eri premurato di darmi un pugno nello stomaco per far sì che gli altri ragazzi non mi guardassero
passare quando indossavo una camicetta troppo scollata. Adesso che ero costretta a letto, di certo il
rischio era scampato. “Menomale che c’è lui a prendersi cura di me” avevo pensato sorridendo
mentre aspettavo dolorante il mio turno in ospedale.
Un giorno, infine, mi procurasti un occhio nero. A mio padre avevo detto che ero caduta in
bagno. “Ultimamente cadi molto spesso, Erica”, mi aveva sussurrato con le lacrime agli occhi. Non
avevo risposto. “Ho incontrato Edoardo”, aveva poi continuato stringendomi delicatamente la
mano. Per qualche istante non disse nulla, come se stesse cercando le parole adatte. Come se
fossero parole a cui lui stesso non poteva credere. “Dice che non siete più amici”. Ricordo il suo
sguardo basso e schivo. Lo sguardo di chi ha capito. Lo sguardo di chi sta sgomitando con la
propria coscienza per avere il coraggio di affrontare la realtà, odiandosi per non averlo fatto prima.
Ricordo le parole che gli si spezzano tra i denti tra un singhiozzo e il successivo. La mia testa fra le
sue mani e tutto intorno a me che si fa un’eco lontano, le lacrime che impregnano i miei pantaloni,
il turbinio di parole, ovattate come sentiresti un acquazzone al di là della finestra della tua camera,
gli occhi pieni di dolore e sgomento, adesso fissi sui miei. Aveva detto qualcosa su mamma,
riguardo al bene che mi voleva e a come se ne sarebbe accorta molto prima di lui. E io stavo lì,
seduta come un cadavere, con lo sguardo spento come non lo avevo mai avuto e una strana
espressione quieta e rassegnata stampata sul volto. In quel momento, sentii di essere morta e rinata.
Quella stessa sera bussasti alla mia porta. Saremmo dovuti andare al cinema. Quando papà aprì,
eri appoggiato alla portiera chiusa della tua Volkswagen intento ad accendere una sigaretta. Lo
salutasti con un cenno del capo, mentre lui ti guardava dall’alto in basso scendendo cautamente i
due gradini all’ingresso. I suoi occhi ancora rossi, segnati dal pianto. Il suo volto scavato dalla
rabbia. Nascosta dietro la tenda, notai le sue mani tremare mentre ti si avvicinava. E probabilmente
anche tu, visto che indietreggiasti lasciando cadere sigaretta e accendino e appiattendoti sul fianco
della macchina. Papà si fermo solo quando i vostri respiri potevano scontrarsi. Trasalisti quando con
una manata fece sussultare l’auto alle tue spalle, per poi metterti a piangere come un bambino. Un
pianto silenzioso ma inconsolabile, che cercasti di soffocare con tutte le tue forze. Ma non riuscivi
neanche a trovare il coraggio di guardare papà negli occhi. Bastava un piccolo spavento come
questo per far crollare un duro come te.
Dalla mia posizione non sentii cosa ti avesse detto, ma poco dopo apristi la portiera tremando
come una foglia e salisti in macchina. I nostri sguardi si incrociarono mentre mettevi in moto. In
quell’istante, vidi il fiume di rabbia e frustrazione che ti scorreva dentro. Vidi l’impeto che ti
scuoteva, divorandoti voracemente le viscere istante dopo istante, minuto dopo minuto. Ti sentivi
umiliato, forse tradito. Ti dileguasti nel buio della sera e non ti rividi più per diverse settimane.
Dopo quel giorno la mia vita aveva ripreso a scorrere. Edoardo, da vero amico, mi aveva
perdonata senza indugiare. Sapeva che non ero in me. Ricordo di essere scoppiata a piangere tra le
sue braccia quando l’avevo rivisto a scuola. Mi aveva detto che era tutto finito e che adesso ero al
sicuro. Fu allora che decisi di raccontargli ogni cosa.
I miei voti iniziarono a migliorare e cominciai a frequentare una terapista. Era molto brava e
riuscì a dare una sistemata al casino che avevo in testa.
Ripresi a fare visita a mamma e a parlare con lei.
Qualche volta ti sognavo. Sognavo che tornavi da me giurando di essere cambiato, e che si
rivelava essere la verità. E, quando al mattino riaprivo gli occhi, rimanevo delusa. Non posso di
certo negare di averti amato. Ma credo che il problema fosse proprio questo. A volte è l’amore a
offuscarti la vista, prendendoti la mano e conducendoti attraverso la valle delle decisioni sbagliate.
Ti riempie per poi svuotarti subito dopo, come quell’alcolico davanti al quale non riesci più a
smettere e che puntualmente finisce per farti vomitare tutta la tua cena. Mi dissi che per un po’ non
avrei voluto avere più niente a che fare con quello strano animale che è l’amore.
Eppure, nonostante tutto, alla fine ci riuscisti. Rubasti la mia vita, come so che hai sempre voluto
fare. Saranno state le due e mezza quando sbucasti dal nulla. Io ed Edoardo, di ritorno da scuola, ti
guardammo confusi. Ma io avevo subito notato il tuo sguardo, lo stesso di quella sera. Vidi la stessa
furia cieca incendiarti gli occhi, la stessa frustrazione corroderti gli organi fino a fare di te niente più
che un vuoto ammasso di carne. Avvenne tutto nel giro di qualche secondo. Le prime due coltellate
in pieno ventre se le beccò il mio amico, che rimase a terra agonizzante, mentre per quanto riguarda
me… beh, ero già morta alla settima, ma tu non ti fermasti prima di essere arrivato alla trentesima.
Lo dicevo io che ci avevi preso gusto. Finisti in carcere, ma dopo una manciata d’anni eri di nuovo
in circolazione.
Edo se la cavò con qualche giorno in ospedale. I medici gli dissero che era un miracolo che fosse
ancora vivo. Il giorno del mio funerale fu il primo ad arrivare.
Non so se o quando Stella abbia capito che non sarei tornata, ma mi aspettò alla porta per
settimane. Un giorno scappò e non si vide più. Forse era andata a cercarmi. Mi piace pensare che sia
ancora lì fuori, a scroccare il cibo agli sconosciuti come faceva sempre.
Papà tentò il suicidio e finì in riabilitazione. Adesso, sul suo comodino, c’è una foto della nostra
famiglia. Poi gli anni se lo sono portati via e ha raggiunto me e mamma. Adesso riposiamo
all’ombra di un cipresso, vicini come lo eravamo in vita.
Oh, fiore di erica. Come te sono cresciuta in terre ostili e solitarie. Sono stata incompresa come i
tuoi petali e prigioniera come le fate che volano tra i tuoi rami. Ora capisco perché mamma mi ha
dato il tuo nome.
Federico Fiume
