Tutti ricordano l’11 settembre per l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 ma in pochi sapranno che,
nella stessa data di ventotto anni prima, avveniva in Cile un colpo di Stato che avrebbe stravolto le
sorti del Paese e influenzato parecchio la politica internazionale dei diciassette anni successivi.
Nel 1970 Salvador Allende, marxista e tra i principali fondatori del Partito Socialista cileno, era
divenuto Presidente del Cile e aveva dato avvio a un programma di riforme volte a effettuare una
rivoluzione politica pacifica sulla via del socialismo. Tre anni dopo, nel 1973, il suo governo era stato
deposto con la forza tramite un golpe dell’esercito cileno, segretamente sostenuto dalla CIA e
dall’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon, che in piena Guerra
Fredda aveva interesse a contrastare con ogni mezzo un governo di stampo marxista, qual era quello
di Allende (che accusavano di voler trasformare il Cile nella Cuba di Fidel Castro), e che nel corso
dell’intero mandato di quest’ultimo avevano indebolito la stabilità del Paese attraverso operazioni di
boicottaggio economico. A guidare il golpe era stato il generale Augusto Pinochet, che aveva preso il
posto di Allende (morto suicida durante gli scontri o forse ucciso dai golpisti) instaurando una
dittatura militare di orientamento anticomunista. Quello di Pinochet fu un regime violento e
sanguinoso: ammonta a 40.000 la stima delle vittime di violazione dei diritti umani, e 3216 è il numero
ufficiale delle persone uccise e dei desaparecidos, gli oppositori sequestrati e scomparsi nel nulla, sulla
cui sorte ancora oggi non si ricevono risposte e non viene fatta giustizia.
Il regime di Pinochet cadde nel 1990 a causa delle tensioni interne dovute alla crisi economica in cui
versava il Paese e sotto le pressioni internazionali. Nonostante i crimini contro l’umanità da egli
commessi, l’ex dittatore rimase a capo dell’esercito cileno fino al 1998 per poi divenire senatore a vita.
Negli anni che seguirono la caduta del regime il generale fu posto ben quattro volte agli arresti
domiciliari riuscendo, tuttavia, a sfuggire a un vero e proprio processo fino alla sua morte, avvenuta
nel 2006.

A cinquant’anni dal colpo di Stato del 1973 il regista Pablo Larraìn, che già aveva raccontato la
dittatura di Pinochet in Post Mortem e No – i giorni dell’arcobaleno, torna a trattare il tema nel suo
nuovo film El Conde, vincitore del premio Osella per la miglior sceneggiatura al Festival di Venezia
2023 e uscito su Netflix lo scorso 15 settembre. Stavolta il protagonista del film è proprio Auguste
Pinochet, che Larraìn reinterpreta nelle vesti di un vecchio e crudele vampiro, che dopo 250 anni di
esistenza, ormai ritiratosi in un vecchio casale di Santiago del Cile insieme alla moglie Lucia e al fidato
maggiordomo Fëdor, non è più sicuro di voler continuare a vivere e cerca disperatamene un modo per
contrastare la sua immortalità.

La storia, narrata da una misteriosa voce femminile con una scenografia in bianco e nero, prende tuttavia avvio molto tempo prima, esattamente nel 1789, quando il giovane vampiro Claude Pinoche non era altro che una semplice guardia reale del sovrano di Francia Luigi XVI (non a caso, il padre di Pinochet era francese). Dopo aver assistito ai disordini della Rivoluzione Francese e all’esecuzione di Maria Antonietta, Pinoche si finge morto e fugge all’estero per prendere parte alla repressione dei moti rivoluzionari nei secoli successivi. Sopravvissuto fino al XX secolo, l’ormai maturo vampiro diviene il leader del golpe cileno del 1973 vestendo i panni del generale Auguste Pinochet.
Riesce così a governare il paese per ben diciassette anni, compiendo
ingiustizie e atrocità di ogni tipo, per poi tirare le cuoia – almeno apparentemente – sfuggendo alle
indagini sulle sue ricchezze illecite e sulle violazioni dei diritti umani. Una volta simulato il suo
decesso, Pinochet trascorre isolato la sua vecchiaia, trasformandosi in un vero e proprio “Conte
Dracula” cileno fino a che, stanco, decide di porre fine alla sua monotona esistenza; cessa dunque di andare a caccia di cuori da divorare e di sangue con cui nutrirsi e attende che il suo corpo ceda
lentamente. Gli omicidi a Santiago del Cile tuttavia non si interrompono: l’autore delle uccisioni è
Fëdor, trasformato anch’egli in vampiro anni or sono. I figli del “Conte”, ritenendo il padre
responsabile delle numerose morti, assumono una suora, Carmen, per esorcizzarlo e ucciderlo così da
impadronirsi delle sue ricchezze. Si recano dunque al casale, seguiti dalla monaca. Quest’ultima però
non riuscirà a portare a termine il suo compito: i due personaggi finiranno per avere un rapporto
sessuale e Carmen verrà tramutata in un vampiro. In seguito si scoprirà che la trasformazione in
vampiro faceva parte della sua missione per conto della Chiesa cattolica di infiltrarsi tra i Pinochet e
raccogliere informazioni sui loro affari corrotti ma la monaca verrà ghigliottinata prima di riuscire a
fuggire. Potremmo pensare che il comportamento ambiguo di Carmen non sia casuale e che il regista
abbia voluto inserire un celato riferimento ai controversi rapporti che intercorsero tra il papa
Giovanni Paolo II e il dittatore cileno, al quale il pontefice fece visita nel 1987.

In quell’occasione il pontefice benedisse i funzionari di governo e, secondo indiscrezioni dei Vaticano, domandò forse a Pinochet di rinunciare al suo incarico. In occasione della ricorrenza delle sue nozze d’oro, il generale ricevette inoltre due lettere di auguri da parte di papa Wojtyla e del segretario di Stato del Vaticano.
Altro personaggio rilevante nella pellicola è quello di Margareth Thatcher, anch’ella un vampiro, che
corre in soccorso al Conte per sottrarlo al tranello di Carmen, e gli rivela – quasi vestendo i panni di
Dart Fener di Guerre Stellari – di essere sua madre. Qui il riferimento strico è ben più evidente: è infatti
noto che Pinochet abbia permesso il rifornimento di carburante agli aerei britannici durante la guerra
delle Falkland, combattuta tra Regno Unito ed Argentina per il possesso delle suddette isole, e della
controversa abitudine della premier britannica di far visita al dittatore cileno per trascorrere con lui
l’ora del tè.

Il film si conclude con il violento omicidio di Lucia e Fëdor, che il Conte uccide dopo aver scoperto la
loro relazione clandestina, e la decisione di Pinochet e della Thatcher di trascorrere insieme la loro
esistenza nutrendosi di sangue e cuori dai poteri rigenerativi, e di vivere a pieno il loro rapporto
madre-figlio. Nell’ultima scena, una Margareth ringiovanita accompagna a scuola il piccolo Augusto
Pinochet, che ha rinunciato a porre fine alla sua esistenza e ha deciso di vivere per sempre. Una vita
eterna dunque, come quella di certi tiranni che per decenni tengono sotto scacco nazioni; eterna come
la ferita che la dittatura militare ha lasciato al Cile, e che non smetterà di sanguinare finché ai carnefici
sarà permesso di eludere le proprie responsabilità, e finché gli omicidi, le sparizioni e i crimini contro
l’umanità rimarranno impuniti: per colpa, cioè, di un’ingiustizia senza fine.
Anastasia Pirrera
