Sarà capitato a tutti almeno una volta della propria vita di fare un particolare tipo di esperienza, che sia anche semplicemente guardare un paesaggio, ascoltare un brano, una colonna sonora, e di sentirci come se fossimo stati trasportati indietro di diversi anni, anche fino alla nostra infanzia, in momenti particolarmente felici della nostra vita. Questa sensazione è la nostalgia, un’emozione che è tra tutte la più complessa ed è particolarmente difficile da descrivere. Alla nostalgia corrisponde, infatti, una sorta di misto tra la gioia e il dolore, provocata da immagini o sensazioni che associamo al passato e che ricordiamo al contempo con piacere ma anche sofferenza, causata dalla consapevolezza che tempi migliori sono ormai finiti, e che impotenti desideriamo di tornare indietro. Ma come si spiega l’origine di questa sensazione? Come si spiega l’attaccamento dell’uomo al passato indipendentemente dai suoi aspetti positivi o negativi?
Realmente neanche noi abbiamo certezza sul come e, soprattutto, sul perché la specie umana sia dotata della capacità di provare emozioni. Studi condotti da Papez e MacLean verso la metà del ‘900 hanno dimostrato che, con grande probabilità, la sede delle emozioni è nel Sistema Nervoso, in particolare in un’area del cervello detta Sistema Limbico nota appunto come “Cervello Emotivo”, composto da più organi e ghiandole che cooperano tra loro. In questo hanno un ruolo particolarmente importante l’Ippocampo che è in grado di ricordare le informazioni sensitive associate agli eventi vissuti, l’amigdala che pare serva a gestire le informazioni emotive, la Fornice, che ha il ruolo di trasferire le informazioni emotive, la corteccia limbica… Questa parte del Sistema Nervoso è poi in stretta relazione con il Sistema Nervoso Autonomo, grazie al quale le nostre emozioni si manifestano sotto forma di reazioni fisiologiche (come il sudore dovuto a situazioni di ansia) e di espressioni facciali.
Questo, però, non spiega dove stia la necessità per l’uomo di provare emozioni, incognita che ha spinto all’elaborazione di più teorie, la prima delle quali ovviamente risale a Darwin. Lo scienziato, in quanto padre dell’evoluzionismo, riteneva che queste avessero puramente lo scopo della sopravvivenza, e che queste servissero solo a stimolare reazioni in caso di pericolo e ad aiutare alla comunicazione tra gli individui di una stessa specie. L’uomo però, in linea di massima, non è una semplice macchina che gioisce o soffre quando la sua incolumità è messa a rischio, c’è molto di più dietro la felicità e il dolore di un uomo. Altre teorie sono quella sviluppate dagli scienziati William James e Carl Lange, i quali sostenevano che le emozioni sono in realtà la conseguenza a livello cerebrale delle reazioni fisiologiche dell’uomo, provocate dall’ambiente esterno; oppure quella di Walter Cannon e Philip Bard, che si differenzia da quella di James-Lange in quanto sostiene che le emozioni non si originano da reazioni fisiologiche, ma che abbiano origine comune a queste ultime e nascono quando il talamo invia il segnale al cervello, sempre in risposta a situazioni esterne.

Queste e molte altre teorie danno spiegazioni plausibili al processo all’interno del nostro cervello che porta alla nostra capacità di provare emozioni, ma sono comunque abbastanza insoddisfacenti se si va a ricercare la ragione del bisogno di provarne da parte dell’uomo. Se si considera l’uomo, per così dire, nello stato di natura, certi tipi di emozioni possono essere addirittura dannose e non giovare alla sua sopravvivenza. Al contrario di emozioni come la paura, ad esempio, che possono frenare l’uomo dal compiere azioni incaute che potrebbero portare anche alla sua morte, altre come la tristezza sembrerebbero non avere un reale ruolo in questo campo, e portano semplicemente l’uomo a sentirsi in uno stato peggiore di quello in cui era precedentemente. L’uomo dunque non è un semplice animale che “mira all’autoconservazione”, come era stato definito da molti filosofi del ‘600, ma semplicemente per il fatto che è in grado di provare emozioni è qualcosa di più. Se così non fosse noi non saremo in grado di provare gioia, tristezza, di commuoverci quando ascoltiamo un brano, quando guardiamo una scena di un film, o quando ricordiamo momenti passati.
Tornando infatti a parlare di nostalgia, questa si origina dalla consapevolezza dell’uomo di non poter tornare a momenti migliori, e dal punto di vista della sopravvivenza questa non sarebbe di alcun aiuto all’uomo. L’uomo è dotato, a differenza di altri animali, della capacità di apprezzare, così come di disprezzare, la propria vita non solo in base a ciò che gli concede la sopravvivenza e il benessere fisico, ma per ciò che gli porta felicità, e nel ricordare momenti ormai passati trova sconforto perché sa di non poterli riavere indietro, ma anche gioia per il semplice fatto che ci sono stati e che quindi sono diventati parte di noi e della nostra vita. Il ricordo di ciò che abbiamo passato, delle persone che abbiamo conosciuto, dei luoghi che abbiamo visitato, ci conferisce una nostra identità, senza la quale noi uomini non potremmo dirci tali.

Non è dunque ancora chiaro perché l’uomo, più di altri animali, abbia il privilegio di essere dotato di questa capacità, ma se non lo avesse ognuno sarebbe semplicemente come una macchina che aspira unicamente all’autoconservazione, completamente priva di empatia e di qualsiasi altra cosa che ci rende capaci di apprezzare la nostra vita.
Giuseppe Gurgone
