Il fenomeno “corecore” e l’algoritmo: cosa sta succedendo su TikTok?

Siamo sicuri che negli ultimi mesi su TikTok, Instagram, “scrollando” in qualsiasi momento della giornata (prettamente di notte…), vi sia capitato un video con l’hashtag “corecore”, nel quale si susseguono brevi sequenze apparentemente casuali ma dal forte impatto emozionale.

Poniamo il caso che siate grandi fan delle baite di montagna, della vita all’aperto e in mezzo alla natura: l’hashtag di riferimento per i video attraverso cui raccontate ed esprimete questo ideale estetico sarà #cottagecore. Se invece l’estetica che più vi affascina è legata a una visione fiabesca, l’hashtag che raccoglie tutto il materiale di questa corrente sarà #fairycore. Questo ragionamento è valido per ogni tipo di tendenza, passione o, in generale, gruppo di caratteristiche relative a un determinato argomento: ogni video TikTok avrà un hashtag composto da un aggettivo che racchiude la caratteristica principale seguito dal suffisso ‘-core’. In questo senso dunque, “L’estetica ‘corecore’ è volutamente molto più vaga, è quasi una ‘meta’-estetica, che celebra il concetto di ‘-core’ stesso. Alcuni video sono esistenziali, altri suscitano una sensazione più nostalgica e riflessiva, sempre sfruttando la giustapposizione di brevi video d’atmosfera”. Tutto ciò accade perché l’algoritmo dei social porta a un’estrema personalizzazione dell’esperienza. Ormai viviamo lì: i social ci conoscono come se fossero i nostri migliori amici… sanno tutto così accuratamente. Penso che negli ultimi anni sia successo a tutti di essersi imbattuti in un video triste, o magari motivazionale, in un momento di debolezza: il video giusto nel momento giusto. I video ‘corecore sono più o meno tutti uguali: una breve sequenza di clip provenienti da varie fonti, come spezzoni di film o programmi, interviste, videogame o semplicemente momenti qualsiasi della vita di altri. La musica di sottofondo è solitamente tutt’altro che allegra: spesso suscita fastidio date le sue dissonanze, ma in un modo stranamente confortante… Ci ritroviamo quasi nella nostra comfort zone.

Riguardo il fenomeno, Ashling Sugrue, uno dei tanti content creator su TikTok, afferma che ciò che più apprezza dei video “CoreCore” è il fatto che questi siano più lenti e meditativi rispetto ai soliti contenuti presenti nella piattaforma.

I video “sembrano anche molto catartici, perché penso che molti di noi sentano che la nostra esistenza sia strana o dissonante in questo momento, e i video ‘corecore’ sono come, “Sì. Sì”, ha detto Sugrue.

Sugrue ha recentemente pubblicato un video su TikTok chiedendo alle persone di condividere ciò che apprezzano del trend. Le risposte sono state varie, ma molte avevano un punto in comune: aver trovato un senso di unità e comunità attraverso i video incentrati su argomenti difficili.

“Penso che il corecore sia così popolare in questo momento perché tutti possiamo relazionarci con la sofferenza in qualche modo, soprattutto negli ultimi tempi”, ha risposto un utente. “Fa sentire le persone riconosciute”.

Un altro ha scritto: “Il corecore fa sentire le persone come se non fossero sole con i loro sentimenti pesanti quando esistono in un mondo che cerca costantemente di far loro credere il contrario”.

Vi proponiamo nel link di seguito un esempio di video con l’hashtag corecore. Proverete sicuramente quanto detto.

Ma per quale ragione quando mettiamo like ad un post o ad un video relativi ad una certa tematica il nostro feed viene sommerso da una valanga di contenuti simili? La colpa è tutta da attribuire all’algoritmo.

Il termine algoritmo deriva dal nome del matematico Mohammed ibn-Musa al-Khwarizmi, che visse presso la corte reale di Baghdad tra il 780 e l’850 circa e fu tra i primi a fare accenno a questo concetto. Con esso si intende l’insieme di passaggi matematici che definiscono le operazioni da eseguire su un certo numero di dati per ottenere determinati risultati; applicate alle reti dei social network, tali passaggi sono in grado di offrire agli utenti dei risultati in linea con i loro interessi. Basta quindi fruire anche per poco di un dato contenuto affinché l’algoritmo cominci a mostrarci un numero esponenziale di contenuti correlati, nel tentativo di soddisfare quelli che ha riconosciuto come nostri interessi e di rendere l’esperienza sulla piattaforma in cui si sta navigando più gradevole, o meglio, più conforme al nostro gusto. E se ciò da un lato può piacere agli utenti, rivelandosi inoltre conveniente per le aziende e per i creators (che possono sfruttare l’algoritmo a proprio vantaggio, assecondando i trend), dall’altro presenta alcuni aspetti negativi da non ignorare: dall’impossibilità di emergere di certi contenuti, alla limitazione parziale della nostra libertà di fruire realmente di un numero illimitato di materiale online, compromessa dall’algoritmo che “guida” sempre le nostre ricerche, fino ad arrivare all’esasperazione del suo funzionamento con il fenomeno delle “filter bubble” – le bolle di filtraggio – che consiste nella creazione di sistemi chiusi e impenetrabili da idee diverse da quelle degli utenti che li costituiscono, che finiscono per permanere in uno stato di isolamento ideologico che è chiamato “camera dell’eco”, generando uno scenario a dir poco inquietante.

Francesco Sansone, Yasmine Boukhalfa e Anastasia Pirrera

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