Qualche tempo fa guardavo come sempre la home del mio profilo Instagram, fra post d’attualità o video di make-up. Un post in particolare catturò la mia attenzione, e ciò che mi sorprese fu tanto il titolo raccapricciante, quanto il profilo da cui venne pubblicato: il New York Post, a Novembre dello scorso anno esordisce con “Bye Bye booty: Heroin Chic is back!” con tanto di foto di celebrità come Kim Kardashian o Bella Hadid, personalità ormai note per aver ricorso alla chirurgia estetica pur di ottenere fattezze assolutamente irreali, ormai diventate standard e profondamente ambite. Tante di queste sono persino ricorse all’assunzione di farmaci vitali come l’Ozempic, di cui ultimamente scarseggiano le scorte, prescritto ai malati di diabete, che fra gli effetti collaterali presenta la drastica riduzione del peso corporeo.

Sembra quindi si stiano, ancora una volta, facendo dei passi indietro.
Da qualche tempo si è rialzato il grido d’allarme per la “ritornata” presenza nelle passerelle di moda, delle modelle magrissime, emaciate, quasi al limite dell’anoressia: il fenomeno dell’Heroin Chic molto popolare nei primi anni ‘90 che proponeva modelle, pallide, sottopeso, di una “perfezione” ai limiti dell’umano, tutti tratti associati all’uso di droghe o l’abuso di eroina nate per così dire in risposta all’immagine delle super top model del decennio precedente che mostravano corpi floridi e in salute come quelli della Chiffer o Cindy Crawford. Queste modelle, per le quali gli stilisti più noti e in voga facevano a gara, con l’aggravante che giovanissime (spesso tra i 14 e i 17 anni) erano emulate da milioni di ragazzi ovunque.

Simbolo di questo fenomeno dell’ Heroin Chic è la stessa top model americana Gia Carangi, poi morta di overdose. Gli stilisti, completamente insensibili e irresponsabili, sembravano ciechi a ciò a cui queste ragazze si esponevano ed esponevano. Inutile dire i danni, anche irreversibili inferti al corpo e alla salute: depressione, fragilità ossea, infertilità etc.
Negli anni 2000, soprattutto a metà di questi, l’inversione di tendenza: ed ecco nuovamente sfilate, spot pubblicitari, di ragazzi più che in carne, con smagliature e cellulite. Si è cominciato a parlare di grasso fobia, condannare il fat shaming, e tutti quei fenomeni di odio e bullismo cresciuti su larga scala per colpa dei social media. Pur essendo un preconcetto fin troppo intrinseco nel pensiero comune, sembrava farsi largo l’idea di normalizzare la comparsa di modelli con fisici tutt’altro che scultorei, al grido che nessuno debba più nascondersi o non sentirsi rappresentato, e che la moda, anche l’alta moda, sia per tutti.

A quanto pare però l’idea comune che avere un certo fisico debba dipendere dalle mode è stata tutt’altro che sradicata. Oggi il trend sembra nuovamente cambiare; forse per la paura della pandemia, della recessione economica, della guerra in Europa, o forse nuovamente per colpa della negativa influenza dei social su qualsiasi generazione, i designer sono tornati indietro, calpestando tutte le tendenze di inclusività e positività del corpo degli ultimi anni: e di nuovo fisici eccessivamente magri, duri, per nulla in salute o raggiungibili; la necessità di creare abitini “più piccoli”, più veloci ed economici da produrre. Dunque è vero che le mode tornano sempre, ma nell’epoca dei social, dove tutto è più velocemente e incontrollabilmente assimilabile, il danno può essere più grave di quanto non sia stato negli anni precedenti. Apparire si, ma in salute.

Fabiana Curatolo
