La mitologia greca è piena di storie intricate, di divinità, semidei, ninfe e muse; storie elaborate dagli antichi Greci per spiegare ogni fenomeno di cui facevano esperienza. Sin dai tempi in cui queste storie si sono originate gli artisti hanno sentito l’esigenza di rappresentarle, anche per ingraziarsi la benevolenza degli déi che predicavano. È anche grazie a loro che abbiamo una conoscenza alquanto approfondita degli intrecci che percorrevano la famiglia degli déi, discendenti di Zeus, e dei loro rapporti con gli uomini. Molti pittori e scultori delle epoche successive presero a modello l’arte classica, anche nel corso della seconda metà del ‘700 con l’avvento neoclassicismo, basando la propria arte sui canoni di bellezza, ordine e armonia imposti dai Greci stessi, i quali vedevano nella bellezza esteriore lo specchio della perfezione interiore, delle virtù morali.
Non sempre però questi standard furono tenuti in considerazione nella rappresentazione del mito classico: è il caso dello scultore barocco Bernini, il quale diede vita a soggetti ispirati all’arte greca staccandosi al contempo dai modelli classici che conferivano alle rappresentazioni massima imperturbabilità e staticità, inventando un nuovo modo di concepire il mito, adesso ricco di pathos e dinamicità.
Lo si vede chiaramente nella scultura di Apollo e Dafne, che dà una visione molto più intima e sentimentale di precedenti rappresentazioni della stessa storia, prima di tutto perché raffigura il momento di massima drammaticità della scena, in contrapposizione con i modelli classici che volevano rappresentato l’istante prima o quello dopo del momento focale, lasciando di fatto all’osservatore l’immaginazione del momento più importante. L’obiettivo di Bernini non era dunque quello di rappresentare i due personaggi per l’ordine morale di cui erano dotati, bensì quello di rappresentare l’amore, attraverso l’innamorato, e il dolore, per mezzo della ninfa, così per com’erano, nella loro forma più “cruda” e senza ulteriori fini.

L’episodio rappresentato è quindi esattamente il momento in cui Apollo sta perdendo per sempre la donna di cui si è innamorato: ma come si è arrivati a un finale così tragico? La narrazione di questo episodio mitologico, raccontato nelle “Metamorfosi”di Ovidio, inizia con l’uccisione del serpente Pitone da parte di Apollo per mezzo di un arco. Questo si vantò dunque di fronte a Cupido, dio dell’Amore, della sua abilità nell’uso di questa arma, che non riteneva adatta per il dio dell’amore. Indignato, Cupido decise di dare ad Apollo la dimostrazione della potenza del suo arco scagliandogli una freccia che lo fece invaghire della ninfa Dafne, di cui tra l’altro era già innamorato ma da cui era stato rifiutato poiché questa prediligeva l’attività di caccia sul modello della dea Diana. Dafne, vedendosi inseguita, tentò di fuggire, mentre Apollo continuava ad inseguirla e a provare con le parole a convincerla senza un attimo di sosta, inarrestabile come l’amore di cui Cupido l’aveva dotato condannando lui e la ninfa a un triste destino. Dafne, sfinita, giunse alle rive del fiume Peneo, dove in preda alla disperazione chiese al padre di essere trasformata in una pianta di alloro. È proprio questo l’istante raffigurato nell’opera di Bernini, il momento in cui Apollo ha finalmente la sua amata tra le braccia, ma lo stesso in cui la sta irrimediabilmente perdendo per sempre. È il momento in cui Apollo si accinge ad abbracciarla, ma le mani di Dafne si stanno già trasformando i foglie e i suoi piedi in radici.

Quella di Bernini è una rappresentazione diametralmente opposta a una raffigurazione classica, si discosta dall’inespressività che deve caratterizzare il volto di una scultura, e sceglie di scolpire il cuore, l’istante culminante dell’azione, trascurando invece quello che viene prima o dopo perché ha meno importanza, non sarebbe talmente coinvolgente come un momento dotato di tale carica emotiva. Noi sappiamo che in seguito all’avvenimento Apollo continuò a nutrire un profondo amore per la ninfa, anche se ormai tramutata in pianta, tanto che la trasformò in pianta sempreverde scegliendola come ornamento per il suo capo e le sue armi, rendendo le sue foglie simbolo dell’onore. La rappresentazione di una scena come quella appena descritta, quindi delle conseguenze della reale tragedia, avrebbe lasciato sì più spazio all’immaginazione dell’osservatore, che quindi è più libero di pensare all’evento nel modo che più ritiene verosimile, ma avrebbe messo in secondo piano quello che realmente è l’elemento di interesse dell’osservatore, che cerca nell’arte uno specchio della propria interiorità; avrebbe precluso allo scultore la possibilità di concretizzare in una statua di marmo sensazioni forti e patetiche come quelle esposte dall’opera presa in considerazione. Con Bernini e col Barocco si ha quindi una rivalutazione dell’arte che inizia ad uscire dagli schemi, a rompere i canoni per provare una visione della realtà da punti di vista differenti.
Giuseppe Gurgone
