Chi meglio di Cartesio potrebbe intendersi di razionalità? Isaac Asimov risponderebbe un cervello positronico, ma a questo arriviamo con ordine. Probabilmente conoscerete il famosissimo “cogito ergo sum” cartesiano. Nella sua ricerca, Cartesio tenta di individuare un criterio conoscitivo che gli permetta di distinguere il vero dal falso: dapprima riconosce come vera la propria esistenza, dimostrata in modo evidente dal suo stesso pensare, e ipotizza successivamente di poter ritenere valido quanto si presenta alla mente in modo altrettanto manifesto. Per poter applicare la regola dell’evidenza è tuttavia necessario dimostrare che non vi sia un Genio maligno intenzionato ad ingannare l’essere umano anche attraverso ciò che appare all’intelletto in modo lampante, ma che esista un Dio buono e sommamente perfetto che lasci intendere all’uomo la realtà. Cartesio, dunque, fornisce tre prove in favore di questa tesi. Analizzando le “idee”, che egli definisce come contenuti della mente, ne individua una, l’idea di infinito, che l’essere umano, in quanto creatura imperfetta e finita, non può aver formulato per primo, e stabilisce in primo luogo che la causa di essa debba essere identificata in un Dio che esiste con le stesse caratteristiche di infinitezza e perfezione. In secondo luogo, il filosofo riconosce in Dio il creatore dell’essere umano, che se fosse stato causa di se stesso si sarebbe attribuito una natura perfetta. Infine, riprendendo il pensiero del filosofo medievale Anselmo d’Aosta, Cartesio identifica l’’esistenza come caratteristica necessaria della perfezione: Dio, in quanto sommamente perfetto, deve esistere inevitabilmente.

Sono proprio la prima e la seconda prova che forniscono lo spunto per uno dei più interessanti racconti contenuti all’interno della raccolta “Io, robot” di Asimov. Tradotto in italiano in “Essere razionale”, “Reason” è il titolo originale di questa storia, che di Cartesio riprende, in particolare, l’idea che l’intelligenza creatrice non possa essere più imperfetta di quanto ha creato. Personaggio principale della narrazione è un immaginario robot QT-1, il più intelligente che l’essere umano abbia mai creato e il primo a interrogarsi sulla propria esistenza. Cutie – così lo soprannominano Powell e Donovan, i due protagonisti umani del racconto – dubita infatti che ad averlo costruito siano stati due esseri umani, e si serve inconsciamente del ragionamento deduttivo cartesiano per ricercare la sua origine. Giunto al “esisto perché penso”, il robot dà dimostrazione della sua intuizione primaria: – Guardatevi! – afferma – Lungi da me ogni disprezzo, s’intende, ma guardatevi un po’! Siete fatti di un materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, che è costretto per alimentarsi a dipendere dall’ossidazione alquanto inefficace di materia organica. A periodi alterni entrate in una specie di coma e la minima variazione di temperatura, di pressione atmosferica, di percentuale di umidità e di livello di radiazioni pregiudica la vostra efficienza. Siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito. Assorbo energia elettrica direttamente e la utilizzo con un rendimento che è quasi del cento per cento. Ho una struttura di metallo molto forte, non cado mai in stato di incoscienza e posso sopportare facilmente condizioni ambientali critiche. Se si parte dall’assioma lapalissiano che nessun essere può crearne un altro a esso superiore, questi sono tutti fatti che riducono in cenere la vostra assurda teoria ( quella secondo la quale sarebbero stati gli esseri umani a creare i robot) -.

Cutie conclude che ad averlo creato sia stato qualcosa di superiore, “ che costituisce il centro di ogni attività lavorativa e che tutti i robot servono”: il Convertitore d’Energia della stazione spaziale in cui il robot è in servizio. Il ragionamento di Cutie, pur con la sua assurda conclusione, risulta logicamente lineare. Può darsi, allora, che il problema risieda nell’assioma iniziale. Dovremmo dunque riflettere maggiormente sul concetto di creazione. Essa non è forse risposta ad una mancanza, non è forse stimolata dall’incompiutezza, dall’imperfezione, non nasce dall’esigenza di perfezionare, migliorare, arricchire? Come lo scultore che da uno scarno blocco di marmo realizza un’opera scolpita, come l’ingegnere che progetta per perfezionare la tecnologia. Che necessità avrebbe qualcosa di sommamente perfetto e compiuto di creare? E’ possibile, allora, che abbiamo male interpretato il concetto, e che sia opportuno considerare l’atto di creare ( che perciò, forse, ha valenza del tutto umana) come ricerca di completezza, come frutto dell’incontentabilità, senza la quale alcun prodotto avrebbe trovato realizzazione.
Anastasia Pirrera
