La stranezza: una recensione

                                                                                                  

Dalla cinepresa di Roberto Andò, la pellicola, omaggio al genio indiscusso di Luigi Pirandello, interpretato dal versatilissimo Toni Servillo, racconta un particolare episodio della vita del brillante autore: lo scrittore agrigentino, tornato nella sua città natia in occasione dell’ottantesimo compleanno dell’amico Giovanni Verga, viene avvisato della recentissima morte della sua anziana balia Maria Stella, alla quale era fortemente legato. Pirandello affida l’organizzazione del funerale a due ambigui becchini, Sebastiano Vella e Onofrio Principato ( interpretati da  Salvatore Ficarra e Valentino Picone, per la prima volta impegnati in un ruolo drammatico), che nutrono una certa passione per il teatro e sono in procinto di mettere in scena un “dramma comico”, la cui realizzazione andrà in contro a non pochi ostacoli. I due sono inizialmente ignari di aver di fronte Pirandello, tant’è che Onofrio azzarderà l’affermazione: ”forse lei, professore, non è pratico di teatro”, che farà scaturire nel “professore” la provocatoria domanda: “Sotto sotto provo una certa diffidenza, troppa finzione. Ma ditemi voi, come si fa a credere a delle persone che si vestono con le gorgiere, i cappelli piumati, i pantaloni a sbuffo, e che si mettono nasi e baffi finti per sembrare quello che non sono?”, alla quale Sebastiano risponderà ridendo: ”professore, con tutto il rispetto, tornate ad insegnare, perché vedo che voi, di teatro, siete un poco asciutto”. Lo scrittore è, infatti, da tempo vittima di una terribile crisi creativa, che gli impedisce di portare a termine quella “stranezza” che immagina di mettere in scena, quel dramma che verrà poi pubblicato come il celebre “Sei personaggi in cerca d’autore”.Deluso dagli infruttuosi incontri che egli concede ai suoi personaggi nella sua mente, Pirandello è profondamente turbato e sembra essere pervaso da forte un sentimento di sfiducia nei confronti dell’arte teatrale. Saranno proprio Onofrio e Sebastiano, che lo scrittore seguirà segretamente nella realizzazione del loro spettacolo, a far rinascere in lui l’ispirazione, il fervore creativo: durante il debutto del “dramma comico” scritto da Onofrio, per una serie di circostanze dettate in parte dal caso, la rappresentazione verrà interrotta e lascerà spazio ad un animato litigio tra i due becchini-attori, che coinvolgerà l’intero pubblico generando una caotica esplosione di emozioni. Questa bizzarra fusione fra teatrale e reale susciterà finalmente in Pirandello l’idea conclusiva per completare il suo dramma.                                                                                                                                                                   Onofrio e Sebastiano saranno invitati dallo stesso Pirandello alla prima rappresentazione de “Sei personaggi in cerca d’autore” tenutasi il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma. Nel caos scaturito a causa dell’incomprensione da parte del pubblico, che osserverà con superficialità e non riuscirà immediatamente a cogliere il profondo significato dell’opera, i due colleghi e l’autore non riusciranno mai ad incontrarsi. Quando Pirandello chiederà dei due becchini di Girgenti, gli verrà risposto che egli non aveva mai dato disposizione di invitarli; essi si riveleranno dunque frutto dell’immaginazione del nostro scrittore.                                                                                                                                                                 Il ruolo dei due becchini-attori si inserisce in modo perfetto nella discussione, centrale nel film, che coinvolge realtà e finzione; che essi siano esistiti o meno non importa, i loro personaggi hanno suscitato in Pirandello l’ispirazione per realizzate un’opera concreta.

Interessante è il confronto tra Verga e Pirandello, due giganti della letteratura siciliana, che appaiono vicini per origini, ma così distanti sul piano tematico. Giovanni Verga è un verista, egli riporta nelle proprie opere il reale senza alterarlo, la realtà oggettiva del contesto siciliano di cui egli è attento osservatore. In Pirandello vive invece l’eterna comparazione fra realtà e finzione, che si mescolano tra loro risultando difficili da distinguere. Nell’incontro realmente avvenuto tra i due autori, romanzato nel film, Roberto Andò farà dire al padre del Verismo: “Attento Luigi, tu hai messo una bomba sotto l’edificio che noi abbiamo costruito, ti sei messo a camminare su una strada piena di pericoli”. Si tratta ovviamente dell’“edificio della realtà”, le cui fondamenta sono rovesciate da Pirandello, che mette in discussione il reale e lo affronta in letteratura con un atteggiamento del tutto originale, innovativo.               È proprio sul tema tutto pirandelliano della fusione tra realtà e finzione che il film intende insistere, sottolineando come spesso la realtà sia illusoria, ingannevole, come essa si presenti con una certa conformazione agli occhi di un osservatore, celando dell’altro; il teatro, che sfrutta la recitazione e l’invenzione narrativa, può essere invece verità, può rivelarsi in grado di svelare la realtà nella sua autenticità, spiegarla e lasciarla comprendere. Esso è capace di suscitare nello spettatore emozioni reali.                                                                                                                                                                    L’arte, che si configura come apparente simulazione, diviene il mezzo rivelatore di una realtà che inganna.                                                                                                                                                         Ed ecco che, come accade in pellicola, una rappresentazione teatrale può mostrare l’imbroglio del reale, orchestrato da un funzionario comunale corrotto che fa leva sul dolore dei congiunti dei defunti per estorcere loro denaro in più, promettendo una sepoltura immediata.                                                         Allo stesso modo, la rappresentazione cinematografica diretta da Roberto Andò coinvolge lo spettatore, che esce dalla sala in preda ad un turbine di domande, permeato da un’emozione, una “stranezza”, tutta reale.

Dalla cinepresa di Roberto Andò, la pellicola, omaggio al genio indiscusso di Luigi Pirandello, interpretato dal versatilissimo Toni Servillo, racconta un particolare episodio della vita del brillante autore: lo scrittore agrigentino, tornato nella sua città natia in occasione dell’ottantesimo compleanno dell’amico Giovanni Verga, viene avvisato della recentissima morte della sua anziana balia Maria Stella, alla quale era fortemente legato. Pirandello affida l’organizzazione del funerale a due ambigui becchini, Sebastiano Vella e Onofrio Principato ( interpretati da  Salvatore Ficarra e Valentino Picone, per la prima volta impegnati in un ruolo drammatico), che nutrono una certa passione per il teatro e sono in procinto di mettere in scena un “dramma comico”, la cui realizzazione andrà in contro a non pochi ostacoli. I due sono inizialmente ignari di aver di fronte Pirandello, tant’è che Onofrio azzarderà l’affermazione: ”forse lei, professore, non è pratico di teatro”, che farà scaturire nel “professore” la provocatoria domanda: “Sotto sotto provo una certa diffidenza, troppa finzione. Ma ditemi voi, come si fa a credere a delle persone che si vestono con le gorgiere, i cappelli piumati, i pantaloni a sbuffo, e che si mettono nasi e baffi finti per sembrare quello che non sono?”, alla quale Sebastiano risponderà ridendo: ”professore, con tutto il rispetto, tornate ad insegnare, perché vedo che voi, di teatro, siete un poco asciutto”. Lo scrittore è, infatti, da tempo vittima di una terribile crisi creativa, che gli impedisce di portare a termine quella “stranezza” che immagina di mettere in scena, quel dramma che verrà poi pubblicato come il celebre “Sei personaggi in cerca d’autore”. Deluso dagli infruttuosi incontri che egli concede ai suoi personaggi nella sua mente, Pirandello è profondamente turbato e sembra essere pervaso da forte un sentimento di sfiducia nei confronti dell’arte teatrale. Saranno proprio Onofrio e Sebastiano, che lo scrittore seguirà segretamente nella realizzazione del loro spettacolo, a far rinascere in lui l’ispirazione, il fervore creativo: durante il debutto del “dramma comico” scritto da Onofrio, per una serie di circostanze dettate in parte dal caso, la rappresentazione verrà interrotta e lascerà spazio ad un animato litigio tra i due becchini-attori, che coinvolgerà l’intero pubblico generando una caotica esplosione di emozioni. Questa bizzarra fusione fra teatrale e reale susciterà finalmente in Pirandello l’idea conclusiva per completare il suo dramma.                                                                                                                                                                   Onofrio e Sebastiano saranno invitati dallo stesso Pirandello alla prima rappresentazione de “Sei personaggi in cerca d’autore” tenutasi il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma. Nel caos scaturito a causa dell’incomprensione da parte del pubblico, che osserverà con superficialità e non riuscirà immediatamente a cogliere il profondo significato dell’opera, i due colleghi e l’autore non riusciranno mai ad incontrarsi. Quando Pirandello chiederà dei due becchini di Girgenti, gli verrà risposto che egli non aveva mai dato disposizione di invitarli; essi si riveleranno dunque frutto dell’immaginazione del nostro scrittore.                                                                                                                                                                 Il ruolo dei due becchini-attori si inserisce in modo perfetto nella discussione, centrale nel film, che coinvolge realtà e finzione; che essi siano esistiti o meno non importa, i loro personaggi hanno suscitato in Pirandello l’ispirazione per realizzate un’opera concreta.

Interessante è il confronto tra Verga e Pirandello, due giganti della letteratura siciliana, che appaiono vicini per origini, ma così distanti sul piano tematico. Giovanni Verga è un verista, egli riporta nelle proprie opere il reale senza alterarlo, la realtà oggettiva del contesto siciliano di cui egli è attento osservatore. In Pirandello vive invece l’eterna comparazione fra realtà e finzione, che si mescolano tra loro risultando difficili da distinguere. Nell’incontro realmente avvenuto tra i due autori, romanzato nel film, Roberto Andò farà dire al padre del Verismo: “Attento Luigi, tu hai messo una bomba sotto l’edificio che noi abbiamo costruito, ti sei messo a camminare su una strada piena di pericoli”. Si tratta ovviamente dell’“edificio della realtà”, le cui fondamenta sono rovesciate da Pirandello, che mette in discussione il reale e lo affronta in letteratura con un atteggiamento del tutto originale, innovativo.               È proprio sul tema tutto pirandelliano della fusione tra realtà e finzione che il film intende insistere, sottolineando come spesso la realtà sia illusoria, ingannevole, come essa si presenti con una certa conformazione agli occhi di un osservatore, celando dell’altro; il teatro, che sfrutta la recitazione e l’invenzione narrativa, può essere invece verità, può rivelarsi in grado di svelare la realtà nella sua autenticità, spiegarla e lasciarla comprendere. Esso è capace di suscitare nello spettatore emozioni reali.                                                                                                                                                                   

L’arte, che si configura come apparente simulazione, diviene il mezzo rivelatore di una realtà che inganna.  Ed ecco che, come accade in pellicola, una rappresentazione teatrale può mostrare l’imbroglio del reale, orchestrato da un funzionario comunale corrotto che fa leva sul dolore dei congiunti dei defunti per estorcere loro denaro in più, promettendo una sepoltura immediata.                                                         Allo stesso modo, la rappresentazione cinematografica diretta da Roberto Andò coinvolge lo spettatore, che esce dalla sala in preda ad un turbine di domande, permeato da un’emozione, una “stranezza”, tutta reale.

Anastasia Pirrera

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