Probabilmente tutti voi sapete cosa sia “Photoshop” e come possa essere utilizzato facilmente per modificare immagini e renderle reali. Forse qualcuno più esperto conosce la tecnica del “deepfake” che, seppur approssimativamente, permette di modificare un video sostituendo la faccia di qualcuno con un’altra, tramite un’intelligenza artificiale “allenata” a riconoscere i lineamenti del volto umano e dunque rimpiazzarli con quelli di un’immagine per “farla muovere”. In pochi però conosceranno la tecnica del “deepvoice” che permette, sempre grazie a un’intelligenza artificiale “allenata” a riconoscere varie caratteristiche della nostra voce, di “parlare con un’altra voce”, ovvero prendere un discorso parlato e sostituirne il timbro, tono e altre caratteristiche di una voce con quelle di un’altra.

Queste tre tecniche grazie al progresso della tecnologia dell’ultimo ventennio stanno diventando sempre più sofisticate e perfette, portandoci a una riflessione più profonda: se 20-30 anni fa l’immagine, il video e il suono erano pensati come prova oggettiva e inconfutabile di un evento, grazie a queste nuove tecniche ciò non è più vero e che anche questi mezzi di informazione stanno gradualmente perdendo veridicità, cosa può darci la sicurezza che la notizia che stiamo leggendo, la foto che stiamo osservando, il video che stiamo guardando e la voce che stiamo ascoltando siano vere? Come possiamo considerare reale qualcosa che non abbiamo verificato in prima persona? Su cosa possiamo essere certi e quindi di cosa non dobbiamo dubitare?
E proprio dalla parola “dubitare” inizia la riflessione di oggi, che vedrà come protagonisti un filosofo cristiano, padre della chiesa, e un matematico francese che ha stabilito le fondamenta della geometria analitica, due personaggi completamente diversi e vissuti in contesti storici lontani tra loro, ma accomunati da un pensiero: in un mondo dove nulla è certo, l’unica certezza siamo noi stessi, dubitanti di tutto tranne di noi.

Sant’Agostino, filosofo cristiano vissuto nel IV secolo d.C., volendo contraddire la filosofia scettica, secondo la quale nulla è libero dal dubbio, per cui l’essere umano non può accedere alla verità ultima del reale, utilizza la seguente argomentazione razionale che affonda completamente il pensiero scettico:
“Se m’inganno vuol dire che sono. Non si può ingannare chi non esiste: se dunque m’inganno, per ciò io stesso sono. Poiché dunque esisto, dal momento che m’inganno, come posso ingannarmi a credere che io esisto, quando è certo che io esisto dal momento che m’inganno? Poiché dunque, anche nell’ipotesi che mi inganni, esisterei pur ingannandomi, non mi inganno certamente nel conoscere che esisto.” (La città di Dio, XI, 26)
In poche parole, Agostino afferma che proprio per il fatto che dubitiamo e ci inganniamo dobbiamo esistere altrimenti non potremmo farlo perché qualcosa che non esiste non può illudersi. Ma il ragionamento prosegue con l’osservazione che se dubito della verità, vuol dire che già devo avere un’idea della verità stessa e ritenere vero il mio esitare, per cui non posso dubitare del mio tentennare. Riassumendo le uniche certezze della vita sono due: che esiste una verità, Dio per Agostino, e che esisto, perché dubito.

La prossima riflessione degna di nota e che farà acquisire al dubbio i tratti di una realtà metafisica a parte, ce la offre René Descartes, conosciuto meglio come Cartesio. Nato nel 1596, da giovane ricevette un’istruzione di alto livello in molti campi del sapere ma sin da piccolo aveva l’indole di “trovare il più grande piacere non nell’udire dimostrazioni altrui, ma nel trovarle con i suoi mezzi”. Finiti gli studi, Cartesio capisce che nonostante la sua istruzione fosse ottima, non aveva saziato la sua fame di conoscenza, un apprendimento nuovo che scoprirà simbolicamente intorno al 1619 e che chiamerà lui stesso una “mirabilisscientia”, “scienza meravigliosa”, che si materializza negli scritti “Discorso sul metodo” e “Meditazioni metafisiche”.
Nel suo “Discorso”, Cartesio fornisce le “quattro regole del nuovo metodo”, e la prima di esse ci fornisce la base della sua dottrina sul dubbio: “Il primo precetto prescriveva di non accettare mai per vera nessuna cosa che non conoscessi con evidenza di esser tale: evitare cioè accuratamente la precipitazione e la prevenzione e non comprendere nei miei giudizi se non ciò che si fosse presentato nella mia mente con tale chiarezza e distinzione da non aver nessun motivo di metterlo in dubbio.” (Discorso sul metodo)
Dalle sue Meditazioni ricaviamo il suo pensiero sulla realtà: ipotizzando che esista un Dio maligno che cerca in tutti i modi di ingannarci, qual è la certezza che abbiamo di esistere? Cartesio risponde con la celeberrima affermazione “Cogito, ergo sum”, ovvero “Penso, quindi esisto”, che deriva dal seguente ragionamento: “Suppongo dunque che tutto quel che vedo sia falso, e anche la memoria mi inganni[…]. Allora, che cosa sarà vero? Forse – dicevo – soltanto che non c’è niente di certo. Ma, intanto, come faccio a sapere se non ci sia pur qualcosa […] di cui non si abbia il benché minimo motivo di dubitare? Esisterà forse un Dio (o con qualsiasi altro nome lo si chiami) che mi infonda i pensieri di tali cose? Non vedo proprio perché mai dovrei crederlo, dal momento che potrebbe pure darsi che a produrli sia io stesso. Ma, allora, non sarò qualcosa almeno io? È a questo punto che rimango incerto, perché è vero che ho supposto di non avere affatto sensi né corpo, e tuttavia – mi chiedo – sono forse io così legato al corpo e ai sensi da non poter esistere senza di essi? Mi sono bensì persuaso che non esiste proprio nulla al mondo,[…]ma perciò anche che non esisto neppure io? No di certo! Esistevo di certo, se mi sono persuaso di qualcosa!” (Meditazioni metafisiche, II).
Cartesio parte dal presupposto che né la sua persona né il resto del mondo esistano veramente ma cade in contraddizione e ammette che l’unica cosa che esiste è lui stesso definendosi successivamente come “res cogitans”, ovvero “materia pensante”.
La teoria del dubbio di Cartesio verrà commentata e acclamata nei secoli a venire ma alcuni filosofi come Nietzsche la criticheranno definendola vuota retorica. In ogni caso la visione del genio maligno può essere interpretata come una distopia della realtà di oggi nella quale l’attendibilità di ogni mezzo di informazione è compromesso e nulla può essere considerato come “reale”; ma se nulla è reale, cosa vuol dire realtà? E una visione così immaginaria e lontana potrebbe un giorno diventare “reale”?

Mentre ormai la tecnica di montaggio fotografico è largamente sviluppata quasi da rendere impercettibile la differenza fra una foto vera e una ritoccata, le ultime due tecnologie non sono così perfezionate e sono facilmente riconoscibili: quindi ancora, per fortuna, il video e il suono mantengono la loro autenticità. Inoltre, tutte le immagini di questo articolo, tranne l’ultima, sono state create da un’intelligenza artificiale, chiamata “DALL-E mini”, che si prefigge di creare immagini a partire da una descrizione, riportata in questo articolo come didascalia dell’immagine stessa. Ovviamente la versione gratuita non usa la completa potenza dell’IA per questo è facile notare che sono dei falsi ma basti pensare al fatto che di recente un’opera d’arte, creata a partire da una lunga e dettagliata descrizione da un’intelligenza artificiale molto più potente, abbia vinto una mostra nel Colorado, suscitando ovviamente le critiche degli altri artisti che non la reputano una “vera opera”.
Queste tecnologie vengono perfezionate ogni giorno, e nessuno ci assicura che in futuro non diventeranno assolutamente perfette. In più, con l’avvento del Metaverso, la realtà virtuale sta gradualmente “diventando reale”, grazie anche a nuovissime tecnologie che permettono di replicare le sensazioni come il tatto e il gusto con sofisticatissimi sensori rendendo l’illusione, di fatto, una realtà. Questo piano virtuale sviluppato da Meta con l’esistenza di case, proprietà, alimenti e un intero mercato di criptovalute codificati in miliardi di 1 e 0 conservati in una stanza gelida chissà dove, assomiglia spaventosamente alla realtà immaginata da Cartesio: l’unica cosa reale sei tu stesso, il resto sono semplici simulazioni della tua stessa realtà. Il movimento dei transumanisti vede di buon occhio questo progresso tecnologico: sostiene che l’uomo debba superare ostacoli come l’invecchiamento e le malattie attraverso la tecnologia, cercando di diventare “postumano”, parola che definisce il prossimo grado dell’evoluzione umana tramite l’utilizzo di nanomacchine e biotecnologie che permetteranno di guarire ogni malattia e, tramite la sospensione crionica, di allungare la vita.
Ma, se da un lato il progresso tecnologico migliorerà la qualità di vita dell’essere umano, dall’altro potrebbe essere la causa della sua prigionia. Se le tecniche succitate diventeranno perfette, come potremo distinguere la realtà e la finzione senza utilizzare l’esperienza sensibile? E se anche quella divenisse fallace grazie ad ologrammi super sofisticati, che non sono nemmeno troppo lontani dall’essere realizzati? Come potremo in futuro affidarci a qualunque conoscenza che ci verrà data o che sperimenteremo in prima persona? Avrà senso dubitare ancora sapendo che la verità non sarà mai più raggiungibile? Saremo così manipolabili? In ogni caso, una cosa sarà certa: la nostra stessa esistenza.
Lorenzo Montano
