Qual è la correlazione tra felicità e ragione?

Immagino che tutti i filosofi cerchino la verità per un benessere proprio e comune.
Perché è istintivo ricercare il benessere, nessun uomo nasce con la consapevolezza di voler vivere una vita infelice.
Ma qual è la correlazione tra felicità e ragione?
Ho fatto numerose ricerche sull’argomento e la maggior parte degli spunti portano la domanda: “Meglio la felicità o la conoscenza?”. Come se le due siano costantemente separate. Eppure la concezione filosofica afferma il contrario.


Socrate, per esempio, afferma che la felicità possa essere data dall’esercizio delle virtù che si raggiungono esclusivamente attraverso la conoscenza. Ciò nonostante “pure l’uomo più giusto fu condannato a morte”, avrebbe potuto obiettare Platone, riferendosi al processo imputato allo stesso Socrate.
Platone, infatti, dichiara nella Repubblica, sua opera più complessa e lunga, che la felicità dell’individuo risiede in uno Stato in armonia, in cui ogni cittadino adempie il proprio compito, dividendosi in lavoratori, guerrieri e governatori cioè i filosofi che possiedono la conoscenza o, perlomeno, la ricercano.


Non viviamo però nello Stato ideale designato da Platone, che ammetto essere un po’ estremista, allo stesso tempo la nostra società preclude la sintesi tra ragione e felicità. Non è un po’ come vivere la situazione del “mito della caverna” di Platone?
Immaginiamo degli uomini dentro una caverna fin dalla nascita, legati in modo da guardare sempre il fondo della cavità, dietro loro è posto un muretto e sopra esso delle statuette raffiguranti episodi di vita quotidiana e le loro ombre sono proiettate da un fuoco ardente retrostante, dunque gli uomini saranno sottoposti costantemente a una falsa realtà. Mettiamo caso che un uomo venga sciolto dalle catene, verrà subito attratto dall’uscita ma sarà accecato dalla luce del sole dell’esterno, avendo vissuto sempre all’oscurità, così quando si troverà di fronte alle statuette non si renderà conto della realtà illusoria che ha sempre vissuto bensì crederà che prima vedeva il vero mentre ora è abbagliato dalla luce. Successivamente verrà condotto all’esterno, poiché da solo non sarebbe mai uscito e a poco a poco riuscirà a vedere, a conoscere la verità. Quest’uomo, ormai sapiente, vorrà liberare i suoi compagni ma quando proverà nell’impresa verrà schernito e perfino ucciso.


Platone non ci racconta qualcosa di troppo lontano dal nostro vivere odierno. Essere derisi ma anche, nei paesi meno civilizzati, uccisi per le proprie conoscenze, non è qualcosa che ci appartiene? Se tutti vivessimo in uno Stato ideale, non necessariamente sotto la visione totalizzante di Platone, in cui la ragione regna, credo potremmo essere felici. Perché la conoscenza, porta all’apprendimento del bene (presupposto della felicità) e chi conosce esso come potrebbe mai volere il male?
E il bene si conosce attraverso la conoscenza di sé stessi, la filosofia allora può davvero aiutarci. Solo allora si rimuoveranno le cause che portano a una vita infelice.
In un dialogo di Platone del primo libro delle Leggi, in cui la guida è “l’anziano Ateniese” il quale dichiara la propria idea di felicità a i suoi interlocutori, egli dichiara che il piacere e il dolore sono due fonti in natura che scorrono in libertà, se da esse si riesce ad attingere a tempo debito, al punto giusto e nella dovuta proporzione, si raggiunge la felicità, e ciò vale sia per lo Stato che per il cittadino. Ci chiede di immaginarci come burattini costruiti dagli dei, le passioni come funi inserite dentro di noi che applicando forze tra loro antagoniste ci spingono verso diversi comportamenti.
Il filo da cui farci guidare sempre è quello delle virtù, il filo d’oro del logos, morbido e malleabile, invece il filo di ferro che rappresenta le passioni è rigido e se piegato si spezza, dunque non può governare l’anima.


Io però non credo che si possa mai raggiungere lo Stato ideale immaginato da Platone, specialmente nella situazione che viviamo tuttora, in cui osserviamo inermi il susseguirsi di una guerra e la morte di persone innocenti.
Non posso fare altro che chiedermi se questo sarebbe mai successo se a governare ci fossero filosofi.
Io non voglio fare a meno della ragione.
Schopenhauer, filosofo tedesco, afferma che non c’è altra felicità che starsene da soli, in compagnia delle proprie idee e dei propri pensieri.
La felicità è la pace interiore non l’esultanza o la gioia.
“La felicità non è cosa facile: è difficilissimo trovarla in noi e impossibile trovarla altrove.”
È forza vitale, la forza che supera gli ostacoli che limitano la libertà.
Sbaglio o libertà è spesso equivalente di conoscenza?
Allora abbiamo sempre avuto una concezione sbagliata di felicità. Siamo ininterrottamente alla ricerca della gioia, non della felicità perché a quanto pare le due istanze non coincidono.
Affermo allora di voler essere libera.

di Adelaide Zerbo

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