Il tempo

Credo che un po’ tutti noi siamo ossessionati dallo scorrere del tempo.

Analizzerei prima di tutto il tempo “in sé e per sé” prendendo in esame due filosofi: Parmenide e Platone.

Il primo nega la completa esistenza di esso o, per meglio dire, afferma che la realtà è eterna, escludendo quindi un passato (ciò che non è più) e un futuro (ciò che non è ancora). Il divenire è soltanto apparenza. Eppure questa è, a mio parere, una risposta troppo immateriale. In base a cosa credere a ciò? Perché l’essere è e non può non essere, avrebbe risposto il filosofo, dunque la morte e la nascita non sono ammesse (se l’essere nascesse deriverebbe dal nulla, ciò che non è, e se morisse passerebbe da essere a non essere). Tuttavia mi chiedo, perché escludere il non essere dalla realtà? L’esperienza sensibile (ciò che si sperimenta attraverso i sensi), considerata da Parmenide doxa (opinione), per esempio vedere con i propri occhi i segni dell’invecchiamento, secondo me fa parte della nostra realtà, dell’essere, non bisogna escluderla bensì deve essere una spinta, un punto di partenza, per trovare la verità. Che Parmenide abbia fatto esclusivamente un gioco di parole?

Per quanto il pensiero di Parmenide possa sembrare analogo a quello di Platone, il quale è incentrato sulla dottrina delle idee, ovvero l’essenza delle cose, io trovo una differenza sostanziale. Come per Parmenide, Platone afferma che si giunge alla scienza, ovvero la conoscenza dell’intera realtà (e poi grazie a essa alle idee), unicamente per mezzo del logos (la ragione) e attraverso l’osservazione e l’esperienza si giunge solamente a un’opinione.  Allora vi chiederete dove io voglia andare a parare. Platone riconosce l’accettabilità dell’esperienza sensibile che è sospesa tra il vero e il falso. Tuttavia la verità si raggiunge sempre attraverso il ragionamento o meglio nella teoria dell’anamnesi, la dottrina per cui l’anima conosce l’intera realtà.

Basta richiamare alla memoria quanto già sapeva, attraverso il logos, poiché i ricordi si perdono nel momento in cui l’anima si fonde con il corpo. 

Ma perché legare tutto questo alla questione del tempo? Per definire ontologicamente il tempo, credo che il piano sensibile e l’idea del tempo siano strettamente legati, ovvero, c’è qualcosa di più profondo, che va ben oltre l’esperienza sensibile, anche se non escludo l’importanza di quest’ultima. Inoltre la reminiscenza delle idee viene stimolata proprio dalla realtà sensibile.

Eppure, per dare maggior rilievo alla mia precedente affermazione voglio esporre il pensiero di un altro sapiente: Eraclito.

Il filosofo infatti appoggia la realtà sensibile affermando che tutto è in continuo mutamento, il divenire è ciò che fa l’essere. Concepisce il mondo come un fiume, il canale rimane sempre lo stesso ma le sue acque mutano incessantemente, cambiando a loro volta il fiume. Ogni cosa è subordinata al tempo e al divenire e anche ciò che sembra statico e fermo in realtà è in evoluzione.

A sostegno di ciò, entra in gioco anche Kant che definisce lo spazio e il tempo due entità metafisiche appartenenti a un tipo di estetica che ha attinenza all’esperienza sensibile, trascendente.

Ma cosa si intende per trascendente nel pensiero filosofico kantiano? È ciò che antecede l’esperienza e che rende possibile la stessa conoscenza empirica (ciò che viene appreso attraverso i sensi). Viviamo quindi una realtà non forgiata dalla nostra visione attraverso i sensi ma è modellata dalle forme attraverso cui la comprendiamo, spazio e tempo.  Lo scorrere del tempo è evidente in sé e per sé, è logicamente inconfutabile. 

Hegel, invece, considera spazio e tempo entità scientifiche, come componenti fondamentali della materia. 

Insomma, la realtà sensibile non è da escludere.

Ma qual è l’essere profondo del tempo, che va oltre la realtà sensibile?

“Ed è subito sera” ci scrive il poeta Salvatore Quasimodo.

Il tempo come qualcosa che ci domina, irrefrenabile, a cui non si può andare contro perché è qualcosa di più grande di noi. Il tempo fa crescere, invecchia e infine ci conduce alla morte. E se fosse proprio il nostro divenire a costituire il tempo? L’uomo come misura del tempo. 

Adelaide Zerbo

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