La CO2 emessa dalle centrali geotermiche è di origine naturale perché deriva da processi che avvengono autonomamente nel sottosuolo. In Toscana, ad esempio, i campi geotermici italiani sono caratterizzati da emissioni naturali di CO2 dal suolo derivanti a causa della decomposizione di rocce carbonatiche o di origine magmatica. Poiché tali emissioni fanno parte di processi naturali, la CO2 prodotta dalle centrali geotermoelettriche si ritiene compensata da una riduzione delle emissioni naturali da siti geotermici, e, per questo, la geotermia è considerata una fonte rinnovabile utile per contrastare la crisi climatica in corso. Tuttavia CO2, di origine naturale o meno, una volta in atmosfera provoca un effetto serra: da qui l’utilità di tecnologie in grado di limitarne l’impatto, per rendere ancora più sostenibile lo sviluppo della coltivazione geotermica. Per farlo ci sono più opzioni, come nel caso della tecnologia carbofix nata da un progetto finanziato dall’UE.
L’8 settembre 2021 viene ufficialmente inaugurato in Islanda il primo impianto in grado di catturare anidride carbonica nell’aria, immagazzinarla e conservarla nel sottosuolo per poi trasformarla in roccia. È chiamato “Orca”, in riferimento alla parola islandese che significa “energia”. La struttura è composta da otto contenitori di raccolta, con una capacità di cattura annuale di 500 tonnellate ciascuno, disposti attorno a una sala di elaborazione centrale che ospita tutti gli impianti elettrici, come l’unità di lavorazione, che permette di gestire e controllarne l’impianto da lontano. Il calore e l’elettricità necessari per far funzionare il processo di cattura diretta dell’aria sono forniti dalla centrale geotermica Hellisheidi.
Grazie a una serie di ventilatori viene aspirata dall’aria l’anidride carbonica in un grande collettore dotato di materiali filtranti. Una volta riempito di CO2 il collettore viene chiuso e si aumenta la temperatura per far sì che l’anidride carbonica venga rilasciata. Questa viene miscelata con l’acqua e poi iniettata a mille metri di profondità nella roccia basaltica del sottosuolo, dove viene mineralizzata. Nel tempo si trasformerà in pietra.
Orca è, per ora, la più grande installazione nel “giovane” settore della “cattura diretta dell’aria”, che mira a rimuovere la CO2 dall’atmosfera. Quando stoccata sottoterra, tale CO2 conta come “emissioni negative”, un metodo essenziale ma sottosviluppato per affrontare il riscaldamento globale. Per fermare le temperature che aumentano di 1,5°C o addirittura 2°C rispetto alle medie preindustriali, secondo l’accordo sul clima di Parigi, centinaia o migliaia di miliardi di tonnellate di CO2 dovranno essere rimosse dall’atmosfera nella seconda metà del secolo.
Attualmente si stimano ancora costi alti per l’intero processo, ma l’obiettivo è scendere entro il 2030 e poi nuovamente per iniziare ad essere efficiente, competitivo e vantaggioso. Allo stesso tempo non è detto che in altri paesi un sistema del genere sia facilmente sviluppabile: l’Islanda offre infatti la giusta geologia sotterranea per facilitare questo processo e la piccola nazione ha ampie riserve di energia geotermica da sfruttare. Il problema principale resta però quello di rendere questo sistema “economico e replicabile”.
Giulia Messina
