Elegia latina: contro il mos maiorum?

Lusus letterario, levitas, nequitia, questi tre grandi capisaldi del fenomeno letterario che prende il nome di elegia latina. A Roma l’elegia fiorisce tra la fine del I sec. a. C. e il principio del I sec. d. C.. A quell’epoca, la gestione della politica culturale ruota attorno al principato o ad alcune figure eminenti: Mecenate (al seguito del quale si ricordano Virgilio, Orazio e Properzio) e Messalla Corvino (da lui dipendenti sono Tibullo e Ovidio). La stretta connessione tra letteratura e potere condurrà rapidamente alla composizione di poesia celebrativa, che dei valori del principato si fa promotrice ed esalta la carismatica personalità di Ottaviano. In questo scenario si colloca l’Eneide virgiliana, che con grande raffinatezza intesse le lodi del princeps ora sullo scudo di Enea, ora tra le parole del padre Anchise. In questo scenario vanno anche collocate le Georgiche, che esaltano il prototipo del piccolo proprietario terriero, dedito alla cura del proprio podere. Chiaro è l’intento Virgiliano: la celebrazione della campagna italica, oltre che di una sana economia lavorativa, da contrapporre all’interesse mostrato da Antonio per le regioni orientali. Si tratta, perciò, di opere volte alla legittimazione letteraria dei più urgenti obiettivi della politica augustea. Bisogna domandarsi, allora, dove si collochi l’elegia latina. Possiamo asserire con certezza che, fino alla pubblicazione del IV libro di elegie properziane, il genere era inevitabilmente collegato all’argomento erotico. L’elegia affonda le proprie radici nei patemi amorosi e nella conseguente querimonia (il lamento d’amore). Il poeta elegiaco è un dissoluto, uno sradicato, vive in preda all’inerzia, vittima dell’inazione.

Il termine nequitia compare per la prima volta nei frammenti ritrovati nel 1978 del poeta Cornelio Gallo, protagonista della X egloga delle Bucoliche di Virgilio. Possiamo tradurre la parola latina con il corrispondente italiano dissolutezza. Le dominae elegiache sono vere e proprie padrone, cui gli amanti (cioè i nostri poeti) sono sottoposti per quella convenzione nota come servitium amoris. Eppure, anch’esse sono dissolute, sregolate. Basti pensare alla figura di Licoride, elogiata da Gallo, una mima che si esibiva seguendo l’uso della nudatio mimarum. Il poeta elegiaco si disinteressa della politica: l’esperienza erotica è totalizzante. Le dinamiche delle vicende amorose bussano alla porta dei neoterici e mutuano sulle loro poesie i valori e gli atteggiamenti. Anche Properzio, utilizzando il lessico catulliano, concepisce il rapporto con la sua Cinzia come un foedus (patto), edificato sui princìpi della fides e della pietas. D’altronde, ci si ricordi che le relazioni tra i poeti e le loro donne sono adulterine: prendono forma sulle ceneri di un matrimonio e pretendono l’applicazione dei valori tradizionali dell’etica matrimoniale romana. Il paradosso risulta vistoso: come può un poeta come Properzio, dissoluto e disinteressato di politica, impigliarsi tra le reti dell’ideologia conservatrice? Dobbiamo allora rianalizzare il rapporto tra i grandi poeti elegiaci e il mos maiorum latino.

Albio Tibullo ci consegna un’elegia che si rifugia nella realtà naturale e che di essa si nutre e si consola. La natura tibulliana si identifica, ancora una volta, con la campagna italica, il cui ritmo è scandito dall’assetto valoriale e celebrativo tradizionale. Si genera la prima contraddizione: Tibullo fa leva sui punti fermi del sistema che avversa.

Con Properzio l’incoerenza si rende più vivace. I primi tre libri properziani sono imperniati sulla figura affascinante di Cinzia, domina colta e raffinata. Al principio del quarto libro, nella 4,1, il poeta annuncia il proposito di sganciare l’elegia dal tema amoroso e di orientarla verso la poesia impegnata. Callimachus Romanus, si dice l’autore. Le parole dell’indovino Horos si sforzano di contemperare le due spinte e consigliano una bilanciata combinazione di eros ed elegia civile. Il personaggio di Cinzia, che pure Properzio aveva congedato al termine del terzo libro, ritorna, quindi, più energico che mai. Nella 4,7, la puella visita il poeta in sogno, dopo la morte, proclamando la propria fedeltà, ricordando le notti di passione, gli espedienti delle fughe notturne e rimproverandolo per la sua negligenza al momento delle esequie. Raggiungiamo il momento di massima tensione quando Cinzia ingiunge a Properzio i suoi mandata:

et quoscumque meo fecisti nomine versus,

ure mihi: laudes desine habere meas!

E tutti i versi che hai composto nel mio nome,

bruciali per me: cessa di tenere con te le mie lodi!

Le ragioni del comando di Cinzia sono evidenti: tanto l’esperienza elegiaca è stata legata all’esperienza amorosa, che, al venir meno della fonte d’ispirazione, deve venir meno anche la poesia. La donna riafferma il proprio dominio sulla vita e sulle prove compositive dell’amato. Il libro quarto, d’altra parte, consta di undici elegie. Dunque, se Cinzia aveva ordinato la fine del momento elegiaco, in verità l’elegia supera Cinzia. A tal punto, osserviamo l’ultima elegia, la 4,11. Si tratta di un epitaffio funebre soggetto a una vera e propria dilatazione ipertrofica. La protagonista è Cornelia, matrona romana discendente dalla famiglia degli Scipioni. Nota per lo spessore morale e la perfetta condotta matrimoniale, Cornelia si avvicina al prototipo ideale della matrona romana e costituisce il doppio antitetico di Cinzia.

È opportuno ricordare l’accorta politica matrimoniale che Augusto portava avanti negli ultimi anni del I sec. a.C.. Accadeva di frequente che i soldati, inviati al confine, dovendo lasciare in patria le mogli, portassero con sé le amanti. Da questi rapporti extraconiugali nascevano non di rado figli illegittimi. Si comprende, pertanto, facilmente come l’omaggio alla matrona Cornelia non miri solo all’esaltazione della sua persona e della sua casata, ma abbia basi più solide. Il paradosso: il testamento letterario dell’autore non è affidato alla sua puella, ai suoi tormenti d’amore, ma a un paradigma adamantino di fedeltà. Sono i valori ideali del rapporto elegiaco, i valori del mos maiorum, i valori inattuabili in una storia d’amore che gode della discontinuità e si nutre delle inquietudini e dei tradimenti.

L’esperienza elegiaca non può che dissolversi e trasformarsi nel mero lusus letterario ovidiano, che guarda, nei suoi Amores, alle pene d’amore con un ironico sorriso. Ovidio non colloca una donna al centro delle sue elegie, asserisce nella 2,4:

Centum sunt causae, cur ego sempre amem

Cento le cause del mio amore ininterrotto

 La genialità di Ovidio arriva a codificare una precisa semiotica elegiaca, a illustrarla come materia d’insegnamento (Ars Amatoria). Tuttavia, se l’elegia si rende gioco letterario e perde ogni spinta velleitaria nei confronti della società romana, anche il recupero del patrimonio antiquario si dimostra vuoto e irrisorio. Scrive Gian Biagio Conte, a proposito dei Fasti:

La vera lacuna del poema non è che Ovidio non riesca a prendere sul serio Augusto, ma che non riesca a prendere sul serio Romolo.

L’elegia si brucia nei suoi paradossi: smussa ogni forma di opposizione e si conferma definitivamente lusus, in tutte le sue sfaccettature.

Alice D’Agati – Studentessa di Lettere Classiche

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