Conoscere se stessi, è davvero possibile?

Ricordo quel giorno come se fosse ieri: prima superiore, uno dei primi giorni, il professore di religione ci aveva lasciato un tema dal titolo “Come sono io? Come sono gli altri?”.

Credo di non essermi mai tanto impegnata nel trovare una risposta alla prima domanda.

Ma niente… il vuoto. Così decisi di rispondere con un’altra domanda “Chi sono veramente io?”.

Avrebbe graziosamente potuto indicarmi un bravo psichiatra e invece si limitò a spiegarmi che il processo per la conoscenza di sé stessi è estremamente lungo e che, alla mia età soprattutto, era normale porsi queste domande e che nel nostro percorso scolastico avremmo avuto modo di approfondire questa conoscenza. 

Eppure, sono passati due anni e io credo di essermi sempre più allontanata da questa emblematica risposta, che le maschere, come direbbe Pirandello, si siano moltiplicate.

Credo che “l’indossare delle maschere” sia un qualcosa di involontario, che il contatto degli uni con gli altri modifichi il proprio modo di porsi, di essere.

Il proprio atteggiamento, inoltre, non cambierà allo stesso modo con tutti coloro con i quali ti relazionerai bensì ti comporterai in modo diverso in base a chi ti troverai davanti, sviluppando altrettanti io.

Credo, quindi, di essere giunta a una conclusione: nessuno di noi, stando a contatto con altre persone, potrà mai conoscere sé stesso. 

Seguendo questo ragionamento, il solo modo per comprendere il vero noi sarebbe vivere una vita da isolati, priva di confronti, relazioni e scambi di qualunque genere. Anche un soggetto solo può cambiare il proprio modo di approcciarsi con la realtà. 

Credo però che questo completo isolamento, ammettendo che questo possa essere possibile, porterebbe all’estinzione del genere umano, cosa che mi sembra una conseguenza un tantino sproporzionata.

Eppure, non posso fare altro che chiedermi se ci sia un’altra soluzione a questo, se conoscere se stessi sia davvero impossibile.

Ipotizzando che la mia teoria sia corretta e che così la vera parte di ognuno di noi non si possa mai relazionare con gli altri, si arriverebbe alla conclusione che non si potrebbe mai conoscere qualcuno di reale ma solo proiezioni di un suo falso io. Così, non solo la conoscenza di se stessi diverrebbe qualcosa di irrealizzabile ma anche quella degli altri. 

“L’uomo è misura di tutte le cose” diceva il filosofo sofista Protagora, ma se l’uomo è qualcosa di illusorio il risultato è che le cose, misura di questo, sono anche quest’ultime ingannevoli. È possibile aver vissuto sempre una falsa realtà, in un completo non essere.

Adelaide Zerbo

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