Zagara di settembre

Di seguito viene riportato il racconto “Zagara di settembre” di Salvatore Mangiapane, frequentante la classe 4M del Liceo scientifico Galileo Galilei di Palermo. Il testo si è classificato al secondo posto del concorso nazionale “Sicilia cornice di senso”. I partecipanti provenivano da 200 scuole secondarie di secondo grado di tutta Italia.

Complimentandoci con Salvatore, vi mostriamo il testo “Zagara di settembre”.

«Don Raimondo! ‘Sabbinirica! »

«Entra, Mariannina!»

Il barone Raimondo era gettato sulla poltrona davanti il suo scrittoio, con la camicia tutta sbottonata sotto il farsetto. Si teneva il capo stanco con una mano, con l’altra era aggrappato al bracciolo del seggio. Lo studiolo era inondato dalla luce tiepida di quel pomeriggio di settembre, che dal finestrone irrompeva nell’ombra della stanza, riversandosi sulla pavimentazione a scacchiera nera e bianca.

L’uomo tossì. Mariannina, la sua cameriera , gli portò una scodella fumante.

«Questo a vossia serve per la tosse» gli disse porgendogliela.

 Il barone si sollevò sulla sedia e presa la ciotola di ceramica, la portò lentamente alla bocca. L’acqua bollente rilasciò un effluvio di agrumi e spezie. Don Raimondo accennò a un sorriso. Sentì la buccia d’arancia e il limone che Mariannina aveva messo nell’intruglio. Sentì la cannella e il retrogusto dolce dei fichi secchi. Pensò al suo giardino, che da tanto tempo non vedeva, alle lunghe passeggiate, a tutti gli autunni trascorsi.

Il vecchio sorseggiò a poco a poco lo sciroppo casalingo.

La cameriera stava per andare via quando il barone la chiamò.

«Portami il bastone, Mariannina. Vado in balcone»

«Don Raimondo, ma come fate?»

«Senza pipitiari!» la redarguì. La donna annuì, prese il bastone e glielo portò, lo aiutò ad alzarsi e lo accompagnò.

Si avvicinò al finestrone, arrancando col bastone da un lato e il braccio della sua vecchia cameriera dall’altro. Mariannina spalancò la finestra, una ventata d’aria fresca si riversò sui loro visi e davanti a loro si aprì un immenso verde e più in là, oltre la terra, una striscia di mare. Il cielo abbracciava l’orizzonte. Il barone avanzò e si aggrappò alla ringhiera pieno di meraviglia.

Respirava a pieni polmoni don Raimondo, che pareva che il suo male si fosse placato.

Le prime piogge di settembre avevano spinto l’erbetta a venir fuori dalla terra riarsa d’agosto e avevano empito i limoni che crescevano lucenti e rigogliosi. Sugli aranci la zagara lasciava posto ai primi frutti che si preparavano a maturare.

Ordinò a Mariannina di portargli un fiore di zagara e lei, nonostante l’insolita richiesta, andò a chiamare il giardiniere. Finalmente don Raimondo ebbe il suo fiore, benché di quella stagione è raro trovarne uno.

Se lo portò al naso. Inspirò profondamente e venne inebriato dal profumo dolciastro del candido fiore e la testa gli volteggiò.

Si spinse con lo sguardo oltre l’agrumeto, vide gli ulivi con le fronde d’argento che fluivano al vento e a ridosso della collina il vigneto di smeraldo. Pensò all’uva che a breve sarebbe stata pigiata e ai flutti di vino che avrebbero riempito le sue botti e poi alle olive che, raccolte dai braccianti, sarebbero state macinate per fare l’olio. Adocchiò vicino al vigneto, sulla collina, un gregge di pecore, sentì i versi del pastore che le richiamava e le spingeva e le guidava, poi lo vide andarsi a riposare sotto un carrubo e pensò che avrebbe voluto essere lì, con lui.

Don Raimondo ricordava i pomeriggi estivi della sua infanzia,  quando fuggiva da suo padre che lo voleva composto e retto così come si addiceva al suo rango. Allora si arrampicava sui tronchi nodosi dei carrubi e stava lì con lo sguardo riversato al cielo nitido, sgranocchiando le carrube nere e sputando gli ossicini.

Oltre la collina si intravedeva il vecchio borgo fatto di case di tufo giallo con la chiesa da’ Bedda Matri, che con il suo alto campanile dominava tutto il paese e poi la valle, la si vedeva persino da lì, dalla villa del barone.

“La Sicilia è piena di questi luoghi” pensava tra se’ e se’ “floride città di marmo e di tufo che si affacciano sulle coste sabbiose e rocciose del mediterraneo. Borghi di pietra nascosti fra i monti,  scrigni verdi, pascoli di pecore, capre e vacche prosperose. Ovunque templi, chiese, moschee e palazzi con alte torri, cupole, mosaici aurei, archi delle più svariate culture. Quando le montagne si abbassano, si aprono fruttuose valli profumate di zagara, pomelie e gelsomini, disseminate di gelsi, fichi, ulivi, viti”.

Per tutta la sua vita don Raimondo si chiedeva come mai il Padreterno lo avesse posto lì. Non lo sapeva. Di una cosa, però, era certo: era stata una fortuna.

Posati gli occhi sul mare, le labbra gli si corrugarono al solo pensiero dell’acqua salata e gli venne un languore pensando alle navi dei pescatori piene di sgombri e di sarde, nelle sue cucine Mariannina li avrebbe trasformati in squisitezze. Le sarde a beccafico e la pasta con le sarde e la caponata a cui avrebbe aggiunto lo sgombro. Trasalì.

Il canto degli uccelli e il frinito della cicala che fino ad allora avevano fatto un’armoniosa orchestra parvero silenziarsi. Don Raimondo, con il viso scaldato dal sole, che ormai all’orizzonte iniziava a tingersi di rosso e bagnava tutto di un liquido fuoco, si voltò. Guardò la sua biblioteca,  lì dov’era stato negli ultimi anni. Da sempre si sentiva solo e disperato e glielo aveva alleviato la lettura, il dolore. Scandagliò come un  faro ogni tomo vecchio e nuovo, ripensò ai lunghi viaggi fatti fra quelle pagine incartapecorite. Posto in mezzo fra il mondo di fuori e quello di dentro, si stupiva di essere stato tanto infelice in vita sua, di aver perso gli ultimi ani della sua vita per una noia insensata che lo attanagliava. Mentre un dolore gli apriva in due il petto e lui si accasciava a terra sentì di essere sereno. Non aveva rimpianti, in fin dei conti era grato a Iddio.

Mariannina chiamava a gran voce l’aiuto degli uomini e dei santi, tuttavia lui non la stava a sentire. Ridente gettò uno sguardo al busto di Dante che stava in un angolo della biblioteca, sembrava sorridergli.

Il barone quieto quieto, mentre chiudeva gli occhi, gli sussurò: “Sommo Poeta, vossia tutto avevate! L’ingegno e la spirtizza. Sulu ‘na cosa vi mancava: ‘a Sicilia!”.

Salvatore Mangiapane

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