Politically correct

Per ognuno di noi, il cinema ha qualcosa di speciale. C’è chi ritrova se stesso in certe pellicole, c’è chi trova la sua passione in altre, chi, grazie a certi film, ricorda momenti importanti della sua vita. Tutto ciò, per coloro che vanno contro al “politically correct”, è a rischio. In questi giorni sono nate molte faide legate a questo tema, molte anche nel mondo del cinema e dello spettacolo, forse quelli più colpiti da questo nuovo fenomeno. Sono un esempio le continue censure ai film per bambini della Disney, o la censura di questi giorni al film “Via col vento”. Ma in cosa consiste il “politically correct”? È intuibile dall’espressione stessa che il significato di questa sia il delineare linee guida da seguire, per far sì che non ne escano idee offensive, con pregiudizi razziali, sessisti o di genere (le quali vengono chiamate “politically incorrect”). Il termine risale alla fine degli anni Ottanta, quando alcune università americane si unirono per modificare il “linguaggio popolare”: sostituirono “Afroamericano” a “Nigga” e “Gay” a “Faggot (finocchio)”.

Tuttavia, si parlava soltanto di “linguaggio popolare”, dunque di termini che andavano utilizzati nella vita di tutti giorni in contesti comuni. Ma nel mondo dello spettacolo, non si erano ancora presentati problemi riguardo all’uso di determinate parole o sketch a scopo comico, satirico o multi-mediatico.

Oggi, invece, il “politically correct” è diventato una vera e propria campagna col fine di eliminare del tutto termini o concetti che possono risalire ad ogni tipo di pregiudizio discriminatorio e proibirne e punirne l’uso. L’abuso di tutto ciò, ovviamente, non è venuto a mancare. Ed è qui che nascono le polemiche contro questo movimento. La preoccupazione principale nel mondo del cinema è che potrebbe essere utilizzato a sproposito, visto che il movimento individua i termini “scorretti” ma non ne individua lo scopo per cui questi vengono utilizzati. Effettivamente, l’abuso causerebbe non molti problemi all’interno del cinema.

La libertà di espressione verrebbe a mancare, e opere del tutto innocue verrebbero censurate, proprio come quelle della Disney dedicate ai bambini, censurate perché presentano caricature nere o per presunte molestie o opere che celebrano proprio la libertà dei neri (come “Via col vento”) censurate perché presentano atteggiamenti razzisti. Perfino le opere di Shakespeare sono state cambiate perché “non rispettavano la modernità”, cambiando il sesso e il genere dei personaggi, andando cosi ad intaccare opere che presentano loro significati pensati per trasmettere messaggi al pubblico.

Bisogna, dunque, essere tutti “politically incorrect”? Assolutamente no. La nostra società è molto discriminatoria e razzista e gesti come i paletti richiesti dal “politically correct” non possono far altro che farci bene. Ma non vanno utilizzati a sproposito. Il mondo del cinema è un mondo gigantesco e vario. E in mezzo a tutta questa follia, vi si nascondono opere che andrebbero poste in musei. Molti sono i film o le serie che trattano in modo accurato temi razziali e discriminatori, come “Philadelphia”, “12 Anni schiavo”, “Storia di una ladra di libri”, “Dear white people”, lo stesso “Via col vento”, persino nei “Rambo” si parla di discriminazione. Ma non per questo vanno buttati giù e censurati. Questi film utilizzano quelle discriminazioni, quegli atti deplorevoli, per far vedere al pubblico ciò che succede nel nostro mondo. Per far vedere che il problema c’è e allo stesso tempo per far vedere che si può affrontare. Sono molti anche i film nei quali sono presenti caricature di omosessuali o neri, e nei quali vengono anche utilizzate parole come “negro” o “frocio”. Ma il tutto non va preso come un’offesa, poiché va contestualizzato allo scopo di regalare, al pubblico, un bel messaggio in un momento di ironia, il quale ovviamente non va a screditare il problema, ma ne presenta in modo ironico l’esagerazione (un maestro di questa pratica è, per esempio, Cristian De Sica). Nei film della Disney, sono molte le caricature di personaggi neri, ma queste fanno vedere ai bambini che tutti possiamo essere tutto, e che tutti siamo amici di tutti.

Il mondo del cinema va sempre visto strizzando l’occhio al contesto, il quale varia a seconda del target e del risultato che si vuole ottenere. Se bisogna censurare, bisogna guardare il contesto e lo scopo per cui i personaggi di un film compiono determinate azioni. Forse, e anche purtroppo, abbiamo bisogno di paletti nella vita comune, di linee guida. Ma penso che il cinema ci dia la possibilità di vedere, toccare, sentire e provare quel mondo discriminatorio che sta intorno a noi, e forse così potremo cambiarlo.

Daniele Tamburello

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