Eterno ritorno e amor fati

Ancora una volta la filosofia torna a dispensarci saggi consigli. Esiste il destino? Cos’è l’uomo o meglio, cosa può essere? Artefice o vittima di quest’ultimo? Sono queste le domande alle quali uno dei più importanti filosofi che sia mai esistito trova una risposta.

Come sappiamo, le teorie ed il pensiero rivoluzionario del filosofo Nietzsche, sconvolsero profondamente la visione del mondo che gli uomini possedevano fino a quel momento.

Sotto i colpi di quella che lo stesso Nietzsche definisce “filosofia dinamite”, cadano progressivamente tutte le certezze metafisiche e morali di cui si era nutrita la tradizione occidentale, a cominciare dall’idea di Dio e di un ordine razionale finalistico del mondo. Nietzsche smaschera così le forze psicologiche, sociali e storiche che dominano la società ma la demolizione di quei falsi miti e delle certezze su cui la vita dell’uomo si era sempre basata, rende la vita di quest’ultimo priva di senso.

Senza alcun fine, senza appigli e senza una guida, proiettato nel baratro del nulla, l’uomo cade in una profonda disperazione, in quella che poi verrà definita “la crisi dell’uomo moderno e dell’identità di un’epoca” che caratterizzerà il secolo successivo, cui Nietzsche anticipa e descrive perfettamente pur non appartenendo a quel periodo.

Se da un lato la sua filosofia getta l’uomo nello smarrimento e nella crisi, dall’altro lato fornisce gli strumenti, le consapevolezze e le dritte necessarie per superare tale crisi.

Quello che Nietzsche vuole davvero comunicare è che le redini dell’umanità non appartengono a nessuna entità da sacralizzare ed a cui subordinarsi, non al fato o al caso, ma solo ed esclusivamente all’uomo.

Nietzsche afferma che l’uomo, dopo aver perso ogni certezza, è proteso verso il nulla e soggetto ad un grave rischio, il nichilismo: la perdita del senso dell’essere e l’annientamento di sé stesso.

Ma non finisce qui; secondo la dottrina nietzschiana dell’ “eterno ritorno”, tutte le realtà e gli eventi del mondo sono destinati a riproporsi in modo identico infinite volte.

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione… L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”.

È questa la vita? È questo ciò a cui l’uomo è condannato? Ad essere prigioniero dei fatti e degli avvenimenti in un perpetuo e incessante moto ciclico del tempo? Ebbene, niente affatto, afferma Nietzsche.

È vero, viviamo una vita senza volerlo, ma questo non ci deve abbattere: abbiamo la possibilità di scegliere, cambiare le carte in tavola, decidere se essere testimoni e vittime passive degli eventi oppure se diventare padroni ed artefici del nostro destino. C’è una via di fuga per uscire da questa negatività dell’esistenza e si trova proprio nell’eterno ritorno.

Collocarsi nell’ottica dell’eterno ritorno vuol dire rifiutare la concezione lineare del tempo come catena di momenti in cui ognuno ha senso solo in funzione degli altri e l’idea dell’impossibilità di felicità nell’esistenza (poiché in una prospettiva temporale di questo genere nessun momento vissuto ha in sé un significato pieno e autosufficiente), ma soprattutto credere che il senso dell’essere non stia fuori dall’essere, ma nell’essere stesso; ossia disporsi a vivere la vita ogni attimo di essa come coincidenza di essere e senso, “come un gioco creativo avente in sé medesimo il proprio senso appagante”.

In altre parole Nietzsche ci esorta all’ “amor fati”, dal latino “amore verso il fato” (o destino), cioè ad assumere un atteggiamento di accettazione attiva del proprio destino e del verificarsi degli eventi senza opporsi ad essi; riuscire perciò a far coincidere la propria volontà con il corso degli eventi esattamente come essi si presentano (con l’eterno ritorno) e considerando ciò che accade nella propria vita, inclusa la sofferenza e la perdita, che noi siamo soliti definire “male”, come eventi “necessari”.

Se ci pensiamo bene, Nietzsche ha ragione. Pensare che sia il destino a decidere per noi, che ciò che accadrà e ciò che diventeremo è già stato scritto, non è di certo il giusto atteggiamento con cui vivere la nostra vita: dobbiamo invece riappropriarci del nostro flusso vitale, delle scelte e del destino, iniziando a considerare le nostre azioni e gli eventi come gesti che noi scegliamo di fare, anche se di fatto non è così. Non dobbiamo accettare il destino perché ci è stato dato ma pensare di averlo scelto perché lo vogliamo, come se non fosse esterno a noi ma parte integrante di noi stessi, diventandone artefici.

Proprio per questo motivo, l’eterno ritorno, in quanto apoteosi estrema del divenire, incarna al massimo grado l’accettazione superomistica dell’essere, ponendosi, per dirla come Nietzsche, “la suprema formula dell’affermazione che possa mai essere raggiunta” (Ecce homo).

È così che l’uomo potrà finalmente uscire dalla negatività dell’esistenza, diventare padrone di sé stesso ma soprattutto è così che potrà affermarsi nel mondo.

Sono queste le risposte che Nietzsche fornisce agli uomini e di cui dovremmo fare tesoro: la scelta sta a noi, possiamo essere vittime e lasciare che la vita ci travolga o possiamo essere padroni di quest’ultima, vivendo pienamente, accettando e amando incondizionatamente la vita, così com’è, nonostante i drammi e le sciagure. Bisogna quindi cambiare la prospettiva da cui troppo spesso impassibili guardiamo gli eventi, accettare che infondo la vita non possa essere bianco né che tantomeno sia nero, essere consapevoli che non conta ciò che accade ma che a fare la differenza è il modo in cui reagiamo e ricordare che di sicuro, se vissuta con un sorriso e con più leggerezza, essa sarà molto più semplice.

Sabrina Di Carlo

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