Il teatro ha origine antichissime. Basti pensare come, nelle prime civiltà, sia legato a due termini principali: rito e mito. In Occidente, la storia del teatro parte dalla Grecia, dove le rappresentazioni non avvenivano solo allo scopo di dilettare il pubblico, ma avevano anche una funzione religiosa. Si pensa, infatti, che la nascita del teatro greco sia avvenuta durante il VI secolo a.C., nell’ambito delle feste in onore del dio Dionisio che si svolgevano in primavera, le Dionisie. Durante queste feste gli abitanti di Atene organizzavano delle processioni che facevano terminare con un sacrificio che avveniva davanti l’altare del santuario della divinità e durante il quale eseguivano canti ditirambici. Sembra che proprio il ditirambo si sia trasformato in tragedia grazie all’intervento di Tespi. Per i greci, il teatro non era solo uno spettacolo ma un vero e proprio rito sociale. Questo perché riunisce una comunità, propone dei valori ad essa su cui riflettere e si sottopone al giudizio del pubblico. Secondo Aristotele, tutte le forme di teatro, ma soprattutto la tragedia, permettevano un processo di catarsi, ovvero di immedesimazione che, portando a riflettere su ciò che il pubblico avrebbe fatto al posto del personaggio, permetteva una sorta di purificazione di sé. Dalla Grecia, si tramandano poi in Roma, i cui principali autori sono Plauto e Terenzio, per la commedia, e Pacuvio e Accio per la tragedia.
Nei primi trent’anni del Medioevo vediamo l’insorgere della letteratura italiana e anche alla nascita delle manifestazioni teatrali. Più diffuse sono, ovviamente, le sacre rappresentazioni, di cui le prime forme sono le laudi. Per assistere alla nascita del teatro profano bisognerà aspettare fino al Quattrocento inoltrato: la prima rappresentazione importante è del 1480 e si tratta di un’opera di Angelo Poliziano. Tuttavia, fino al 1500 circa, il teatro si distacca dalla dimensione popolare e si avvicina a quella elevata, portando alla nascita della cosiddetta società d’élite. Il teatro diviene sempre di più uno strumento di propaganda, attirando l’attenzione del potere politico e religioso. È a partire dal 1500 che inizia a diffondersi come vera e propria istituzione: si afferma e diffonde il testo letterario, che porta alla stesura di testi più elaborati, si cominciano a formare luoghi specifici per le rappresentazioni e si elaborano complesse scenografie. Poiché le rappresentazioni non si basavano su veri e propri copioni, come noi li intendiamo oggi, ma su canovacci, ovvero delle specie di bozze in cui era delineata in modo generico la trama della rappresentazione, la piacevolezza dell’opera era dovuta alle capacità degli attori, che erano liberi di improvvisare.

Nonostante fosse stato soggetto di censura da parte della Chiesa, proprio a causa, tra le altre motivazioni, della mancanza di un testo scritto, il teatro continuò ad affascinare: nacque così il professionismo. Gli attori iniziano a riunirsi in compagnie, stabiliscono le paghe e la durata del sodalizio. La diffusione sempre più evidente del teatro gli permette di evolversi in ambienti interclassisti, ma ciò lo porta ad essere sempre più sottomesso al mercato. Per questo, nasce il teatro di sala: questo è sempre più organizzato e il pubblico è costituito da borghesi che, per vedere l’opera, si recano a teatro e comprano il biglietto. Nel Seicento vediamo l’affermarsi di due nuovi generi: la Commedia dell’arte, basata sull’improvvisazione con maschere e tipi fissi, e il Melodramma, o dramma per musica.

Per quanto concerne quella moderna possiamo considerarne il padre Carlo Goldoni. La riforma da lui attuata comincia nel periodo in cui la Commedia dell’arte influenzava particolarmente il panorama teatrale italiano. Goldoni la considerava volgare e buffonesca, con incoerenti intrecci avventurosi, ripetitivi, e dove erano ancora in uso maschere e personaggi stereotipati. Goldoni decise di riformare la struttura della commedia, mirando alla semplicitàe alla naturalezza, valori sottolineati dalla cultura arcadica. Goldoni modificò le caratteristiche portanti e fisse della Commedia dell’Arte, giungendo alla realizzazione della commedia “verisimile”, riflesso della realtà sociale.

Goldoni mirò all’innovazione dei caratteri teatrali, a discapito delle maschere che limitavano l’analisi psicologica e comportamentale del personaggio. Secondo l’autore vi erano infiniti modi di rappresentare un determinato carattere, nonostante egli affermi pure che i caratteri sono in numero finito. Infatti, uno stesso carattere poteva variare anche in funzione dell’ambiente in cui si trovava il personaggio. E da ciò scaturiscono le sue commedie: “di ambiente”, che andavano a descrivere un particolare settore della vita sociale; e “di carattere” – che delineavano una figura.
Giulia Messina
