Più si cerca di intimidirmi più ho coraggio

Quante volte vi è capitato di sentirvi dire “Ma cosa vuoi capirne tu che sei una donna”?

Quante volte qualcuno vi ha sottovalutato e sminuito per il vostro sesso, nonostante il vostro impegno e la vostra inclinazione per un determinato sport?

Rispondo io: tante, troppe volte. Nel corso, seppur breve, della mia vita, mi sono stati posti non pochi limiti da una società e da una mentalità restia a progredire. Se, dal lato politico e sociale, la figura femminile sta acquisendo, nel corso del tempo, un peso sempre maggiore grazie agli sforzi di chi ha lottato per un effettivo riequilibrio di genere, ad oggi, gli stereotipi e i pregiudizi misogini continuano a sussistere nello sport e a condizionare profondamente la nostra realtà.

“Il calcio non fa per te, non vorrai mica che gli altri ti vedano come un maschiaccio?”. Queste sono le parole che più hanno condizionato la mia infanzia. E ciò che mi feriva di più, anche se inconsciamente data la mia innocenza e la mia tenera età, era il fatto che fosse proprio mia madre a pronunciarle. La persona che più avrebbe dovuto sostenermi e combattere con me questi pregiudizi anacronistici era, tutt’al più al contrario quella che più ostacolava i miei sogni, le mie ambizioni, mi tagliava le gambe, non voleva vederle correre dietro al pallone, le voleva lontane dal cuore.

In fondo, lo ammetto, l’ambiente non era forse dei migliori, ma io avevo una predisposizione naturale per il calcio e, soprattutto, nutrivo una passione autentica e genuina per ciò che mia madre definiva “correre dietro ad un pallone”. Mio padre, paradossalmente, mi ha sempre supportato, forse perché sentiva, in prima persona, quel legame indissolubile con il calcio.

Testarda, però, lo sono stata sempre e ho continuato, quasi di nascosto, a tirare quei famosi calci al pallone. D’altronde, si sa, basta un semplice pallone e 2 amici per giocare una partita, quella che noi percepivamo come la finale della Coppa del Mondo.

Così, mentre il pomeriggio ero impegnata con le odiate lezioni di danza classica imposte da mia madre perché “la danza è femminile, ti piacerà vedrai”, la sera mi riunivo con i miei coetanei nel campetto vicino casa per allenarci in vista del nostro radioso futuro da calciatori professionisti, o almeno così ci illudevamo sarebbe andata la nostra vita e la nostra carriera.

Più e più volte, all’interno di quell’ambiente scolastico che fra poco, purtroppo, abbandonerò, mi sono sentita schernita e sminuita da maestre, compagne e amici. “Scommetto che non sai neanche cosa sia la regola del fuorigioco” così mi schernì, una volta, il mio nemico giurato delle medie.

Competitiva come sono, presi quella battuta, capace di far ridere tutta la classe, come una sfida e, spinta dalla volontà di dimostrare che il mio sesso non pregiudicava le mie conoscenze del calcio, disegnai rapidamente uno schema alla lavagna, nonostante fossi allergica al gesso. Le espressioni sui loro volti sconfitti mi convinsero che quella era la mia battaglia, che questa era la strada da proseguire e che, un giorno, avrei guadagnato il rispetto loro e di tutti gli altri, in nome e per conto di tutte le bambine che, come me, avevano sempre nutrito e represso una passione, a tratti viscerale, per quello sport.

Ancora oggi, mi basta manifestare, anche con poche parole, il mio amore per il calcio per essere guardata con stupore e anche diffidenza dai ragazzi a me vicini. Nei loro sguardi stupiti leggo la loro malcelata convinzione di essere, in ogni caso, superiori a me. Io sono soltanto una femmina, non posso competere con loro.

Però, riflettendoci, quanto poco si dice di tale problematica nella nostra società odierna? A stento vengono menzionate le squadre femminili e i loro campionati, quasi a sottolineare il fatto che, loro, non potranno mai raggiungere il successo, la fama e la notorietà dei calciatori professionisti, anche se, in fondo, loro non fanno nulla di più rispetto a noi. Difatti, proprio in Italia, la necessità di istituire il professionismo femminile nello sport ha raggiunto il tanto agognato riconoscimento per le giocatrici italiane e straniere soltanto l’anno scorso, nel 2020, secondo un iter che culminerà soltanto nel 2022.

È ancora diffusa la convinzione, purtroppo anche fra le donne stesse, che giocare a calcio sia da uomini e che le ragazze che seguano questa passione debbano necessariamente essere omosessuali, così da spiegare il loro inconsueto interesse per questo sport.

Questa è solo la mia storia, la mia testimonianza, il sogno infranto della mia infanzia. C’è chi, come me, di episodi come questi ne ha piene le tasche, chi, al contrario, non ha mai mollato. C’è chi ha ceduto, chi ha rinunciato per terrore del giudizio altrui. C’è chi, invece, continua a crederci. Ed è per quelle persone, è per quelle bambine che dobbiamo farci tutte portavoce di un messaggio fondamentale: essere donne è un privilegio, non una debolezza.

Ed è proprio di questa tematica che si sono occupati tutti gli esperti e i professori coinvolti nel Progetto Amorù, costituito da tre incontri tenutisi nel nostro istituto nella prima metà di Febbraio. Gli stereotipi nello sport e la loro forte influenza nell’alimentare i pregiudizi nella nostra società.

Carlotta Inglese

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