Avrò rivisto e consigliato questo film migliaia di volte: “A silent voice”(“La forma della voce”), con la sua sensibilità e delicatezza mi ha sempre affascinata.
Il film-anime in questione, tratto dal meraviglioso manga, scritto e disegnato da Yoshitoki Oima, narra la storia di un ragazzo, Shoya Ishida e del suo incontro, alle scuole elementari, con Shoko Nishimiya, una ragazza delicata, fragile, dolce e timida, che ha un’ulteriore caratteristica sulla quale si focalizzano le attenzioni dei nuovi compagni di classe: è non udente e comunica con gli altri scrivendo su un quaderno. Il ragazzo,dopo poco, individua nella nuova arrivata la sua vittima, rendendola oggetto di atti di bullismo: getta i suoi quaderni in una fontana, imita i suoi balbettii o, ancora peggio, le strappa gli apparecchi acustici con violenza. Inizialmente, gli amici di Ishida sono suoi complici, ma dopo qualche tempo la situazione assume una prospettiva diversa. In seguito al trasferimento di Nishimiya in un’altra scuola, tutto si ribalta su di lui e capisce che ciò che ha fatto nei confronti di quell’innocente ragazza è sbagliato.
I due hanno modo di incontrarsi un’altra volta al liceo: Shoya è caduto in depressione, così da “bloccare” i volti di coloro che lo circondano essendo incapace di guardare loro negli occhi. Un giorno fa amicizia con un compagno, Tomohiro Nagatsuka, dopo averlo aiutato con un bullo, e visita il centro insegnamento della lingua dei segni dove restituisce un vecchiotaccuino a Nishimiya rivelando di aver imparato la lingua dei segni, chiedendole scusa per il comportamento passato.

Grazie a questo film ho capito che anche dei piccoli gesti possono essere urla di rabbia o di gioia o la manifestazione di tanti sentimenti.
“La forma della voce”, oltre ad avere delle fantastiche animazioni e dellemusiche struggenti che accompagnano perfettamente la narrazione, lascia allo spettatore il tempo per riflettere su temi abbastanza delicati, come il bullismo, il suicidio e l’incapacità di affrontare la realtà a testa alta.
Per mostrarci l’isolamento di Ishida, la regista Yamada sceglie di sfruttare eccezionali soluzioni artistiche, attraverso varie inquadrature o campi lunghi che “tagliano” i corpi dei personaggi in scena, impedendo così allo spettatore di osservarne i volti. In questo modo riusciamo a vedere il mondo dalla prospettiva di Ishida, incapace di guardare negli occhi i suoi interlocutori, indice di codardia e insicurezza. Così il ragazzo desidera che la sua vittima di qualche tempo prima, la aiuti a vivere, ad accettare la vita e i suoi valori, cercando di fuggire dai problemi.
A differenza degli altri che vengono quasi oscurati, il volto sorridente di Nishimiya, che nasconde il dolore, è sempre visibile. Con lei, Ishida spera di poter recuperare la voglia di vivere che aveva perso e di poter vivere al meglio l’adolescenza, questo arco di vita così misterioso.
Questa storia, in due ore e dieci minuti, riesce a raccontare di solitudine, di disabilità, di depressione e dei legami con le persone e la sua colonna portante è il passato, carico di errori e rimorsi.

Cosa ci insegna allora la storia di Shoko e Shoya? La mia interpretazione è la seguente: non si può trovare l’equilibrio di vita da soli, si deve prima trovare un buon compagno di viaggio, con il quale condividere i propri timori o le proprie emozioni, altrimenti si può cadere vittime della tristezza e della solitudine, dove nessuna voce riuscirà a invocare aiuto. Forse è proprio questa la voce alla quale si fa riferimento nel titolo dell’anime, la voce di chi sta male e non riesce a comunicare, una voce che è sempre difficile ascoltare, indipendentemente dal fatto di essere sordi o no.
Ognuno di noi può dare varie interpretazioni e personalmente, da questo film, ho imparato che anche il silenzio può manifestare un grande mix di emozioni e solo grazie all’appoggio di qualcuno che ci “dà una mano a vivere” e ad accettare la nostra vita così com’è, potremmo essere felici, potremmo emozionarci, senza dire neppure una singola parola… proprio come Nishimiya.
Cosa ci insegna allora la storia di Shoko e Shoya? La mia interpretazione è la seguente: non si può trovare l’equilibrio di vita da soli, si deve prima trovare un buon compagno di viaggio, con il quale condividere i propri timori o le proprie emozioni, altrimenti si può cadere vittime della tristezza e della solitudine, dove nessuna voce riuscirà a invocare aiuto. Forse è proprio questa la voce alla quale si fa riferimento nel titolo dell’anime, la voce di chi sta male e non riesce a comunicare, una voce che è sempre difficile ascoltare, indipendentemente dal fatto di essere sordi o no.

Yasmine Boukhalfa
