Un classico inattuale

Eugenio Montale è uno dei poeti più importanti del 1900. Egli viene considerato poeta ermetico solo per una fase della sua produzione letteraria. 

L’Ermetismo è una corrente letteraria che si afferma nel periodo tra le due guerre mondiali: le poesie sono di difficile comprensione, chiuse, oscure ed enigmatiche. 

Montale nacque a Genova nel 1869 da un’agiata famiglia di commercianti. Trascorse l’adolescenza in Liguria, sempre rimanendo a contatto con l’ambiente marino, che sarà protagonista delle sue opere. Da sempre trova nella sua vita un completo disaccordo con il mondo, dai pensieri nazisti e fascisti, alla guerra; solo sotto forma di poesia riesce a esprimere questa sua difficoltà di comunicare con ciò che gli sta attorno. Le sue poesie non esprimono il suo problema in prima persona, ma lo rendono presente grazie alle figure retoriche alle quali fa ricorso.

Nel 1917 combatte nell’esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale. Tornato a casa, pubblica i primi versi e saggi critici su riviste letterarie. Nel frattempo, nel paese si è imposto il regime fascista; a causa della sua avversione nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Nello stesso anno, pubblica la sua prima raccolta, “Ossi di seppia”. Il titolo ricorda una vita morta e reietta dalle onde sulle spiagge, oggetti prosciugati, disidratati, privi di ogni palpito, che diventano il simbolo di una vicenda esistenziale segnata dal “male di vivere”. La sua poesia esprime l’inquietudine dell’uomo contemporaneo, angosciato dalla sua incapacità di approdare a certezze definitive ed entrare in comunione con il mondo che lo circonda.

Nel 1927 si trasferisce a Firenze e diviene direttore del Gabinetto Viesseux, un circolo letterario, ma viene licenziato nel 1938 per i suoi atteggiamenti antifascisti. Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta di poesia, “Le Occasioni”, dove parla della propria solitudine e della propria disarmonia col mondo esterno.

Essa è appunto dominata dal pessimismo esistenziale, e si caratterizza per la presenza di molte figure femminili, a cui il poeta affida le proprie speranze di felicità; purtroppo, queste speranze restano sempre deluse, infatti non c’è modo, per l’uomo, di scappare al proprio male di vivere.

Montale si dedica anche alle traduzioni di autori di lingua inglese, come Eliot e Melville. Nel 1948 si trasferisce a Milano in difficile situazione economica e lì viene assunto nella redazione del quotidiano “Corriere della Sera”; in seguito diviene anche critico musicale. Come inviato speciale compie viaggi all’estero e scrive “La Farfalla di Dinard”. Scoppiata la guerra civile scrive le liriche di “Finisterre” e nel 1956 pubblica una terza raccolta poetica, “La Bufera e Altro”.

Il poeta, in queste poesie, continua il suo esame di un mondo che avverte sempre più estraneo, in un ricorrere di immagini e simboli che dicano quell’ostile estraneità delle cose e degli uomini. 

Montale, oltre a scrivere, fa una meditazione critica sui suoi elaborati e, nell’intervista del ’51, spiega che l’argomento della sua poesia è la consolazione umana in sé considerata: ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo, significa solo coscienza e volontà di non cambiare l’esistenziale col transitorio. 

Nella sua opera spiega: la partecipazione vivissima in ogni momento alla vita del mondo, la mancanza nella sua lirica di qualsiasi riferimento o fatti o persone concrete, la presenza di simboli che dicano il senso della vita del mondo e il proprio sentimento di fronte alla condizione dell’uomo.

Inoltre, nel “Diario del ’71 e’ 72” delinea il riquadro di una società dominata dai falsi valori del guadagno e del profitto, ma incapace di cogliere la voce della cultura e delle poesie. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, viene nominato senatore a vita e nel 1975 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Muore a Milano a 84 anni, nel 1981.

Giorgia Ferrara

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