Giornata della Memoria: Se questo è un uomo

Oggi 27 Gennaio, Giornata della Memoria, si commemorano le vittime e gli orrori dell’Olocausto e chi meglio di qualcuno che ha vissuto sulla sua pelle tali atrocità potrebbe parlarcene?

Vi presentiamo quindi Primo Levi: scrittore, partigiano, chimico e poeta italiano, che venne arrestato dalla milizia fascista ed in seguito deportato nei campi di concentramento, da dove riuscì a fuggire prima della liberazione dei prigionieri.

Lontano da Auschwitz ed ormai al sicuro, pubblicò nel 1947 la poesia “Se questo è un uomo”: un capolavoro letterario, una forte e tragica testimonianza della sua esperienza nel Lager, un grido di dolore impresso su carta ma anche una profonda riflessione che il poeta spera possa colpire e lasciare un segno nei lettori.

La poesia inizia recitando “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici”: Levi si rivolge direttamente all’interlocutore, a noi, nuova generazione, che siamo ben distanti da quei tremendi avvenimenti, ponendo l’accento sulle piccole grandi cose, quelle più banali ma di cui non potremmo fare a meno, che troppo spesso sottovalutiamo e di cui il fascismo ha privato lui e tutti coloro che sono stati deportati nei campi di sterminio; come la felicità di vivere tranquilli e sicuri la propria vita, la gioia di esserecircondati dai propri affetti, la possibilità di fare ritorno dopo ogni giornata nelle proprie abitazioni, di sedersi a tavola di fronte pietanze prelibate insieme alla propria famiglia in una calorosa atmosfera e di addormentarsi sereni tra calde e confortevoli lenzuola del proprio letto.

“Considerate se questo è un uomo”, continua ancora in un grido disperato, in una denuncia, in una riflessione, “che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”.

Levi ci chiede «secondo voi è ancora possibile definire uomo colui che si trovava dentro quei campi, trattato alla stregua di animali, costretto a lavorare senza sosta, in inverno ed in estate, sotto la pioggia ed il sole rovente, piegato dalla violenza, dalla brutalità e dalle torture? È così che si tratta un uomo? Privandolo della sua dignità e tenendo la sua stessa vita appesa ad un filo, per un semplice capriccio?»

Il poeta passa descrivere in seguito le condizioni della donna: “Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembocome una rana d’inverno”.

Levi ci racconta di come, nemmeno le donne erano immuni a tali atrocità. La donna da sempre considerata sacra nella società, viene privata di ogni elemento che la rende tale: la sua bellezza, i suoi capelli, la sua identità e persino la luce che brilla nei suoi occhi. Ciò che ha vissuto e subito l’ha forgiata e scalfita a tal punto da costringerla a chiudere gli occhi e dimenticare ogni ricordo gioioso perché ulteriore fonte di sofferenza, ma soprattutto l’ha indotta a non potere e non volere più generare vita, a reprimendola sua stessa natura.

È così che il poeta ci descrive la pagina forse più nera della nostra storia, attraverso poche ma forti parole, lasciando che sia la nostra mente ad evocare e immaginare questo tremendo scenario, tra lo sdegno e la pelle d’oca.

A questo punto Levi ci rivolge un avvertimento, una raccomandazione: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli.”, non dobbiamo mai dimenticare gli orrori di questa tragedia, il dolore, la sofferenza e la morte che essa ha causato, ma trarne insegnamento, affinché non si commetta mai più un errore del genere. È nostro compito custodire il ricordo e le memorie di questo avvenimento e tramandare questa lezione ai nostri figli, così che mai più l’umanità conosca tale brutalità e tale sofferenza.

Ma è negli ultimi versi che il poeta dà sfogo ai suoi sentimenti, alla sua rabbia e alla sua frustrazione, scagliandosi contro gli autori di questa tragedia: “O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.”

A loro Levi rivolge parole dure e cariche d’odio, quasi maledicendoli ed augurandogli il peggio: che la loro casa crolli, che essi vengano colpiti dalla malattia, ma in assoluto ciò che di più brutto possa accadergli, che i loro stessi figli, il sangue del loro sangue, si vergogni e provi ribrezzo per le loro azioni a tal punto da voltare il loro sguardo lontano dalla loro vista.” 

La una poesia è di certo cruda ma piuttosto significativa, capace con la sua forte espressività, di comunicare perfettamente il suo messaggio e far sì che ogni lettore non rimanga estraneo al fascinodelle profonde riflessioni maturate durante la sua lettura.

Sabrina Di Carlo

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