“Tu ogni mese devi darci dei soldi. In cambio noi ti proteggiamo. Se non accetti, mettiamo una bomba e ti salta in aria il negozio. Se provi a rivolgerti alla polizia, te ne pentirai.”
Negli anni ’90, in Sicilia, e soprattutto a Palermo, tali parole erano molto frequenti, poiché in ogni quartiere della città siciliana una famiglia di mafiosi imponeva la sua legge ingiusta.
Il termine “mafia” indica una qualsiasi organizzazione di persone dedite ad attività illecite, segreta e duratura, che impone la propria volontà con mezzi illegali e violenti, per conseguire interessi a fini privati e di arricchimento anche a danno degli interessi pubblici.
Essa nacque in una ben precisa zona della Sicilia, compresa tra Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Trapani.
Allora, il governo riuscì a fare ben poco per sconfiggere queste associazioni criminose, che anzi continuarono a prosperare e a diffondersi, estendendo la propria zona di azione dapprima a tutto lo stato italiano, poi anche ad alcune regioni d’Europa e d’America. Tra le organizzazioni del genere la più famosa è “Cosa Nostra”.
In tempi più recenti, molti furono gli uomini che lottarono per liberare la nostra terra dalla criminalità mafiosa.
I più famosi magistrati furono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: Falcone fu ucciso nella cosiddetta “Strage di Capaci”, il 23 Maggio 1992, insieme alla moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e Vito Schifani; pochi mesi dopo Borsellino perse la vita nella strage di via d’Amelio, il 19 luglio 1992, insieme a cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono intrecciate fin dai tempi del liceo e dell’università, entrambi iscritti alla facoltà di giurisprudenza. Divenuti magistrati, dopo i primi processi che erano stati loro affidati, ottennero fama e prestigi e successivamente cominciarono a lavorare insieme per combattere “Cosa Nostra”. Borsellino non aveva esperienza di processi di mafia, ma era nota la sua serietà professionale.
Caponnetto costruì un pool di magistrati per frazionare i rischi dei singoli e avere una visione unitaria del fenomeno mafioso. Il primo a essere scelto fu proprio Falcone, poi Giuseppe Lello Finuoli, Rocco Chinnici, Borsellino, Leonardo Guarnotta.
Il pool iniziò a lavorare a gran ritmo e così cominciarono ad ottenere notizie e informazioni dai primi pentiti.
Nel frattempo, Totò Riina organizzò molti attentati nell’estate del 1985 e la paura dei cittadini era forte. I due magistrati, con le rispettive famiglie, furono trasferiti in fretta e furia all’Asinara, l’isola-carcere a nord-ovest della Sardegna, per concludere l’istruttoria del maxi-processo, che fu depositata l’8 novembre di quello stesso anno.
Il maxi-processo, con ben 475 imputati, fu il più grande attacco alla mafia mai condotto in Italia. Ebbe inizio il 10 febbraio 1986, ma a maggio Paolo Borsellino fu nominato procuratore della repubblica a Marsala (Trapani). Il maxi-processo si chiuse il 16 dicembre 1987 con 360 condanne e 114 assoluzioni. E, con questo, Caponnetto ritenne chiusa la sua esperienza palermitana. Era ragionevolmente sicuro che il suo posto sarebbe stato preso da Falcone. Ma così non fu. Il clima politico era sfavorevole. Alle elezioni di giugno il partito socialista aveva raddoppiato i suoi voti e il nuovo ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, si era dichiarato contro il programma di protezione dei pentiti.
Tutto questo ebbe enormi riflessi anche all’interno del Csm, che il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, bocciando Falcone. Quel giorno l’anzianità vinse sulla competenza: Meli, infatti, aveva scarsa esperienza in fatto di processi di mafia.
Meli cominciò subito ad assegnare a magistrati esterni al pool le inchieste di mafia, e sul tavolo di Falcone e dei suoi colleghi piovvero invece indagini per borseggi, scippi, assegni a vuoto. Borsellino provò a reagire, nonostante lavorasse a Marsala.
Falcone era sempre più isolato. Un’altra sconfitta arrivò quando il governo nominò Domenico Sica alto commissario per la lotta antimafia, bocciando la sua candidatura. Falcone si candidò allora al Csm, ma non fu eletto. Lettere anonime lo accusarono di una gestione discutibile del pentito Salvatore Contorno, e nel giugno del 1989 fu sventato un attentato ai suoi danni.
Lo scontro con Meli raggiunse livelli altissimi in seguito all’inchiesta sulle confessioni del pentito Antonino Calderone: Meli voleva dividere il processo tra 12 procure diverse (secondo la competenza territoriale) mentre Falcone insisteva che dovesse occuparsene il pool (per non disperdere le indagini, dal momento che unica era l’origine mafiosa).
Falcone chiese di essere destinato ad altro ufficio e fu nominato procuratore aggiunto presso la Procura della repubblica. Per Falcone fu un periodo molto duro e maturò allora la scelta di accettare la proposta del nuovo ministro della Giustizia, Claudio Martelli, lasciando Palermo per la direzione degli Affari penali a Roma. Nella capitale, però, Falcone non allentò il suo impegno contro la mafia. Paolo Borsellino era tornato a Palermo come procuratore aggiunto e con un ruolo direttivo nelle indagini di mafia.
Sconfitto nel maxi-processo che gli costò l’ergastolo, Riina volle vendicarsi, tanto per cominciare, di chi non gli aveva garantito l’impunità; era il primo passo verso la strage di Capaci.
Solo, ferito dalla morte del suo amico, ostacolato dal capo della procura palermitana Giammanco, nei due mesi successivi Paolo Borsellino lavorò con frenetica intensità. Sentì pentiti importanti, viaggiò in continuazione ed ebbe un incontro (dal quale uscì turbato) con il ministro dell’Interno Nicola Mancino, che però ha sempre dichiarato di non ricordare quel colloquio.
La sua, come hanno raccontato alcuni pentiti, era una morte programmata da tempo, ma anticipata con una “premura incredibile”. Perché Totò Riina aveva detto «Bisogna scavalcare un muro», e quel muro era Paolo Borsellino.
Il 19 luglio faceva molto caldo a Palermo. Il magistrato decise di andare a trovare la madre in via D’Amelio. Due minuti prima delle 17, l’esplosione dell’autobomba che uccise lui e 5 uomini della scorta si sentì in tutta Palermo. «È tutto finito», fu il commento di Antonino Caponnetto.
Ma lo stesso Caponnetto, negli ultimi anni della sua vita, girò l’Italia per raccontare nelle scuole la storia dei due eroi, affermando anche che «Le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse».
Giorgia Ferrara
