The Show must go on

Questi giorni capita molto spesso di sentirci soli e specialmente, la sera, quando vorremmo essere altrove a passare del tempo con le persone che ci sono care, ci scontriamo con l’ormai quotidiana e durissima realtà: anche se potessimo ridere insieme fino a tardi, lo potremmo fare solo tramite gli occhi, perché una mascherina copre anche un semplice sorriso. Cerchiamo allora di ridere tra una videochiamata e l’altra, tra una telefonata e l’altra… ma non ci basta mai. Tristi e sconfitti, allora, cerchiamo di dedicare tempo a noi stessi. Leggiamo un libro, guardiamo un film, suoniamo, ascoltiamo musica, siamo insomma rapiti dall’arte che ci prende per mano e rende meno pesante la solitudine. Quell’arte che ci accompagna anche quando siamo in compagnia, anche nella normalità, quell’arte che è normalità, quell’arte che pensa sempre a noi.

E chi ci pensa all’arte?

Cinema chiusi, teatri chiusi, concerti rimandati. Impossibilità per chi vive di ciò di comunicare nella maniera più vera e pura che ci sia, dal vivo. Specialmente nel mondo discografico moltissime persone hanno paura di quanto a lungo potrà durare ancora quest’impossibilità. Quasi chiunque sente ormai il vero e proprio bisogno di cantare a squarciagola sotto un palco, eppure quasi nessuno pensa al lavoro che c’è dietro a ciò che si pensa essere una semplice esibizione. Ecco perché la musica sta soffrendo: dai grandi artisti che si sono trovati con le mani legate, che hanno sognato a lungo di poter girare per il mondo a chi aveva un pubblico più piccolo e sperava di poterlo ampliare; dai grandi organizzatori di concerti ai tecnici del suono che si occupavano di assicurare la miglior prestazione possibile; dai ballerini che si erano preparati per mesi ad esibirsi su un palco con persone di fama mondiale alle piccole band che si erano messe al servizio di cantanti emergenti; da chi aiutava a portare gli strumenti sul palco ai tecnici delle luci; dagli organizzatori di eventi live ed instore a chi lavorava per garantirne la sicurezza; dai venditori di biglietti di concerti alle persone che dovevano comprarli. Un intero settore che si basa sulla vicinanza e sulla collaborazione è stato messo in ginocchio. Tuttavia… “the show must go on”: si cerca in ogni modo di rialzarsi, di dare possibilità al pubblico di ascoltare il loro artista preferito, di organizzare dei festival, di cantare. Se non esistessero la tecnologia, i digital-store, le piattaforme digitali e i social media lo show non avrebbe mai potuto continuare, la musica non avrebbe mai potuto continuare.

In moltissimi durante il lock-down hanno trovato quei piccoli attimi di diversità in una diretta di un cantante che con la sua chitarra, il suo pianoforte o la sua semplice voce ha a volte fermato il tempo e contemporaneamente lo ha fatto scorrere in fretta. Ecco perché tutto questo è importante. Moltissimi eventi con un pubblico limitatissimo o addirittura senza pubblico sono stati infatti organizzati, come ad esempio “Heroes”, concerto che ha ospitato tantissimi artisti il 6 settembre all’Arena Di Verona o tutti ricordiamo, parlando della stessa, il famosissimo, toccante e potentissimo video di Diodato, vincitore di Sanremo, presentato all’Eurovision. Tantissimi adesso sono i concerti in streaming, senza limitazione di posto, con una visuale perfetta ma che, ovviamente, non potranno mai paragonarsi ai veri concerti, che pure quando si è ammassati e si rischia di svenire dal caldo, pure quando non si vede nulla perché si è troppo bassi, danno sensazioni indescrivibili che non potranno mai essere date tramite uno schermo, che non ci basteranno mai. Proprio come quella risata che sentiamo in videochiamata, che vorremmo tanto sentire dal vivo.

Luna Infantino

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