Doveva essere una normale giornata di luglio.
Ero uscita con i miei amici. Indossavo un semplice abito a fiori comprato quella stessa mattina. Era fatto di seta. Era morbido, delicato e con una gonna ampia. Tutti i miei amici dissero che sembrava fatto su misura. Ad ogni complimento arrossivo sempre di più. La gioia e la soddisfazione che quegli apprezzamenti mi destarono sono ancor oggi indescrivibili.
Quando calò la sera decisi di rincasare. Dunque, presi la giacca, salutai i miei amici ed uscì dal locale.
Quella sera tirava un leggero venticello. Mi percosse qualche brivido di freddo, quindi indossai la giacca e decisi di iniziare a camminare per scaldarmi un po’. In più, per quanto soddisfacente, quella giornata era stata molto stancante e pensai che passeggiare fino a casa sarebbe stato il pretesto ideale per rilassarmi, avendo l’occasione di stare un po’ con i miei pensieri.
Rifiutai perfino il passaggio di una mia amica. “Tanto”, rimuginai, “casa mia dista solamente cinque minuti a piedi”.
Continuai il mio cammino, lasciando che i pensieri fluissero uno dopo l’altro.
Dopo un po’ iniziai a sentirmi a disagio, osservata. Avevo la sensazione di esser scrutata, di non esser al sicuro. Era come se la notte avesse deciso di puntare su di me i suoi tetri ed angustianti occhi. Mi sentivo nuda, spoglia di ogni mio abito, di ogni mia sicurezza, di ogni mio pensiero. Pensai che potesse essere frutto della mia immaginazione e mi fermai.
Fu in quel momento che mi accorsi che dietro di me si era stanziata una figura.
Ebbi la certezza che niente fino ad allora era stato solamente un prodotto della mia fantasia. Era tutto reale.
Percepii il senso di pericolo aumentare irrefrenabilmente. L’angoscia e la tensione presero il sopravvento. L’unico pensiero che iniziò a risuonare incessantemente nella mia testa fu: “Scappa”. Provai a dargli ascolto, ma il mio corpo era come impietrito dal terrore. Le gambe si rifiutarono di obbedirmi. Rimasi immobile, bloccata.
Quella figura si parò davanti a me e mi afferrò per un braccio. Era un uomo alto, poteva avere trent’anni. Aveva i capelli castani e gli occhi neri. In realtà quello dei suoi occhi era un colore mai visto prima. Era un nero cupo, inquietante, opprimente, brutale, agghiacciante. Quegli occhi continuavano a fissarmi, colmi di un disgustoso desiderio. Quegli occhi non lasciavano intravedere nemmeno un briciolo di umanità. Quelli non erano gli occhi di un uomo. Quelli erano gli occhi di una belva, di una bestia feroce, meschina, spregevole, vile, crudele e spietata, che non avrebbe avuto intenzione di fermarsi davanti ad un no.
Con tutte le forze a cui potessi appellarmi, tentai almeno di urlare, ma la mia voce si bloccò in gola.
Incapace né di muovermi né di chiedere aiuto, mi sentii inerme, impotente.
Fu come se fin da prima dello stupro fosse già riuscito a prosciugare ogni parte della mia esistenza. Già l’abuso aveva avuto inizio.
Quell’animale mi fece sentire sporca, oltraggiata, vuota.
E dopo aver placato temporaneamente la sua brama, mi lasciò svenuta e distesa sul ciglio della strada.
La mattina seguente dei passanti si accorsero di me e cercarono di risvegliarmi. Di nuovo cosciente mi guardai. Il mio bel vestitino, l’emblema della mia genuinità, era strappato, lacerato. Attorno a me, le mie scarpette, una volta rosse brillanti, sembravano aver colto l’essenza di ciò che accadde quella notte, erano sciupate e sporche; adesso il loro nuovo colore era un rosso spento.
Non mi sentivo più una persona, non mi sentivo più viva.
Quella notte quell’essere riuscì a farmi sentire insignificante, miserabile ed impotente.
Mi piegò così tanto da spezzarmi. Qualcosa quella notte si ruppe dentro di me. Mi sentii macchiata, lurida.
Il mostro che quella notte mi considerò solo un corpo da profanare, il mostro che mi sfruttò rendendomi solo un insulso oggetto di cui servirsi a proprio piacimento, il mostro che risucchiò via da me ogni emozione, il mostro che lacerò la mia vitalità e inaridì la mia anima è ancora libero. Non riuscirono a prenderlo.
Questa storia potrebbe esser uno dei tanti racconti di stupro di cui disgraziatamente sono testimoni e vittime molte donne.
In questo mondo le donne sono costrette a convivere ogni giorno con l’angoscia di non doversi vestire in modo troppo scollato o provocante, perché hanno il costante timore che qualcuno possa fraintendere un loro gesto o sorriso. In questo mondo le donne sono indotte ad esser costantemente preoccupate dalla possibilità di poter uscire da sole perché soggette alla paura del non ritorno a casa incolumi.
Le donne non dovrebbero preoccuparsi della possibilità di esser palpate o di risultare volgari. Purtroppo, le donne oggigiorno sono ricoperte da pregiudizi ed affermazioni dettate dall’ignoranza
Adesso mi appello a voi donne, ragazze e bambine che leggete, date conto alle mie parole.
Non permettete a nessuno di togliervi la vostra vita dalle mani.
Non permettete a nessuno di reagire ad uno stupro con le frasi “La colpa è stata sua”, “Vestita così cosa pretendeva che succedesse?”, “Se lo è meritato”.
No, è sbagliato, nessuno merita di diventare l’oggetto del piacere di qualcun altro senza il proprio consenso, nessuno merita di esser abusato fisicamente e psicologicamente, nessuno merita meno rispetto.
Per concludere vorrei riportare una parte di una poesia scritta dal grande Shakespeare:
“In piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei
per tutte le umiliazioni che ha subito
per il suo corpo che avete sfruttato
per la sua intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata
per la libertà che le avete negato
per la bocca che le avete tappato
per le ali che le avete tagliato
per tutto questo
in piedi, Signori, davanti ad una Donna.”
Carlotta Machì ed Eleonora Cuccia
