Lividi

Ha iniziato con le rose e i regali, mi portava nei ristoranti migliori e mi accompagnava ogni giorno all’università. “L’uomo dei sogni” mia madre lo definiva. Aiutava con le faccende domestiche, passava a casa dei miei ogni tanto e mi ha anche preso un cucciolo di bulldog, in modo che non fossi sola durante le intense sessioni di studio. Mi fidavo ciecamente di lui, era il mio principe azzurro.

Poi, qualcosa ha iniziato a cambiare, ma in modo lento, quasi impercettibile.

Le uscite con le mie amiche sono iniziate a diminuire, perché lui voleva passare un po’ più di tempo insieme a me, dato che a detta sua “non volevo più passare le serate con lui”. Mi sono rintanata quindi in casa, dove fra il cucinare e lo studiare non avevo più il tempo di uscire ed andare a divertirmi. Continuavo però a parlare via skype con le mie amiche loe i miei genitori, ma solo quando non c’era lui, perché se era in casa dovevamo stare insieme. Mia mamma e mio papà mi dissero una volta che non passava più così spesso da loro, finchè poi iniziò a non passare proprio. Io spiegai loro che era molto occupato con il lavoro, e che anche a casa non lo vedevo spesso; ecco il motivo per cui non lo vedevano più nemmeno al computer.

Una volta stavo preparando un esame di diritto commerciale, durante una sera di gennaio nel pieno della sessione invernale. Ero talmente assorta nello studio che non avevo controllato l’orologio e non mi ero accorta che fossero le 9 di sera e che lui stesse tornando.  Arrivò a casa sbattendo la porta come sempre, perché era stressato e ogni volta che tornava da lavoro aveva bisogno di sfogarsi con qualcosa. Mi trovò seduta sul pavimento con un libro in una mano e un evidenziatore nell’altra, mi guardò e disse: “Dov’è la cena?”. Io risposi: “Amore perdonami, non sapevo nemmeno che ora fosse. Ti va di cucinare qualcosa insieme?”. La sua risposta fu qualcosa che mai mi sarei immaginata: diede un pugno contro il muro e lanciò nella mia direzione le chiavi di casa. Mi feci un piccolo taglio sul lato del braccio sinistro, e sul muro rimase un buco che coprii con un quadro. “Ha perso la calma, può capitare a tutti un momento di rabbia”, pensai sul momento.

La sua calma però iniziava a venir sempre di meno, e le scenate violente erano sempre più frequenti. Ma non se la prendeva più con gli oggetti, con i muri o con le porte. Aveva iniziato a fare del male a me. Se non era tutto a tavola quando lui tornava, arrivava sulla mia guancia uno schiaffo sferrato con tutta la cattiveria possibile; se non trovava le sue cose esattamente dove le aveva lasciate, strattonava il mio braccio finchè io non ricordavo dove potessero essere. Non ero più la sua principessa, ero una brutta, stupida, inutile persona che ogni tanto puliva (male) la casa.

La sua casa.

Già, perché ormai l’aggettivo possessivo non poteva mai mancare davanti ogni parola che usciva dalla sua bocca. La mia casa, la mia macchina, il mio cibo, i miei soldi, la mia donna.

Ero diventata un oggetto da possedere, una cosa che lui poteva utilizzare a suo piacimento. Iniziai ad andare all’università il più vestita possibile, coprendo lividi e graffi lì dove serviva, ma senza usare troppo fondotinta, altrimenti lui avrebbe pensato che stessi andando fuori con qualcuno.

Ma tanto anche col fondotinta il mio viso per me era orrendo; con un occhio nero un giorno sì e uno no, con delle guance scavate dalla stanchezza che durante la giornata accumulavo, e con lo sguardo ormai lontano da qualsiasi cosa i miei occhi tentassero di osservare. Ero sempre assente con chiunque provasse a parlarmi.

All’università fortunatamente nessuno si accorgeva di nulla; sarebbe stata una tragedia se qualcuno l’avesse saputo. L’avrebbero arrestato.

Ed io che avrei fatto? Era lui l’unico che poteva amarmi con quel viso e quel corpo che mi ritrovavo, diceva. Non mi avrebbe mai amata nessun altro se non lui, diceva.

Un giorno però feci uno sbaglio. Avevo messo una felpa troppo pesante, e con l’arrivo della primavera iniziò a fare parecchio caldo in aula. Alzai quindi le maniche dell’indumento fino ai gomiti, facendo attenzione a non sussultare troppo ad ogni livido che sfioravo. Una ragazza, seduta accanto a me quel giorno, mi fissò il braccio destro a lungo, ma stette zitta per tutto il tempo della lezione. Alla fine dell’ora, venne da me e si presentò cordialmente, come si farebbe ad un colloquio di lavoro. Nei giorni seguenti si sedette sempre vicino a me, continuando ad analizzare il mio braccio destro. Non mi chiese mai nulla, e non disse mai una parola su di esso.

La ragazza si chiama Cristina ed è da me considerata come colei che mi salvò la vita.
Cristina infatti durante quei giorni stava osservando il livido che girava lungo la parte posteriore del mio braccio che ricordava vagamente la forma di una mano, del quale io non mi ero mai accorta.

Un giorno mi portò con lei nei bagni dell’università, mi guardò fissa negli occhi e mi chiese se stessi subendo delle violenze da parte di qualcuno. Sul momento la guardai incredula, come ti guarda un bambino curioso che ti ha appena posto una domanda esistenziale. Lei rifece la stessa identica domanda ed io, inaspettatamente, scoppiai in lacrime. Non volevo farlo. Non volevo darle l’impressione di essere spaventata o in pericolo. Lui non mi faceva del male, lui era l’unico che poteva amarmi.

Cristina stette lì, ad ascoltare il mio pianto incontrollato e spontaneo che alla fine mi liberò per sempre.

Dopo il mio pianto ed i miei singhiozzati tentativi di spiegazione, Cristina non esitò a chiamare la polizia. Non aveva motivo di farlo, ero una completa estranea per lei, non doveva preoccuparsi.

La polizia arrivò in università per portarmi in centrale, dato che non potevo tornare a casa e parlare lì con gli agenti. Cristina stette con me per tutto il tempo e nonostante io le ripetessi che aveva sicuramente molto di meglio da fare, lei continuava a ripetermi che non le importava.

Dalla polizia andai in ambulatorio, per far controllare alcuni dei lividi e delle ferite. Scoprii di avere un osso del piede rotto e mal ricomposto e una grave distorsione al polso, oltre alle innumerevoli contusioni. Cristina mi fece restare a casa sua durante tutto il periodo che precedette il processo, insieme ad una guardia che mi scortava ovunque, poichè avevo troppa paura di andare da sola da qualsiasi parte.

Dopo il processo riconquistai a pezzettini la mia vita, i rapporti con la mia famiglia e con le persone che amavo.

Ho ancora lividi visibili in alcuni punti del corpo, nonostante non facciano più male, ma il livido che mi è stato lasciato sul cuore è rimasto ormai indelebile e, forse, non smetterà mai di far male per davvero.

Elisa Sofia, 2°E.

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