Intervista a Tasnim Ali

Come ben sappiamo, a metà del XX secolo le forze naziste diedero inizio ad uno dei più grandi genocidi, quello della popolazione ebraica.

Ogni anno il 27 gennaio, ci impegniamo a commemorare tutte le vittime dei campi di concentramento e a far in modo che tutte le generazioni non si scordino di ciò che è accaduto. In Cina, però, precisamente a Pechino e nelle province di Xinjiang, sono stati fondati dei campi nei quali sono stati rinchiusi oltre un milione di uiguri e minoranze musulmane.

Dopo la vasta campagna antiterroristica della Cina nello Xinjiang, che ha scatenato delle preoccupazioni a livello internazionale, nella regione sono poi nati dei campi di “internamento e rieducazione politica”.

Subito dopo, viene confermata l’esistenza di circa 400 campi di detenzione in Cina, nei quali i musulmani vengono torturati, le donne costrette a togliersi il velo, a rimanere incinte di uomini non musulmani, e in più tutti sono costretti a convertirsi e a bere alcolici. I media definiscono questo abominio: “la più grande incarcerazione di massa”.

“Il campo Xinjiang dove sono detenuti migliaia di musulmani di etnia uigura esiste ed è necessario per la sicurezza della regione” affermano le autorità cinesi. La Cina, quindi, non mette in discussione il suo operato, sostenendo la legalizzazione dei “campi di rieducazione” e affermando che i detenuti sono felici di sottoporsi a questi programmi di reclusione.

Il campo nella provincia di Xinjiang è stato aperto nel 2017. Al suo interno i prigionieri seguono il “regolamento sulla de-radicalizzazione”,  un esperimento di rieducazione forzata il cui scopo sarebbe quello di estirpare l’estremismo islamico. Dentro al campo vengono anche effettuate vere e proprie sessioni di brain washing (lavaggio del cervello), con tanto di studio obbligato dei principi del partito comunista.

Non sono rari i casi di suicidio tra coloro che riottengono la libertà o di chi, invece, una volta riottenuta la libertà, evita di mantenere i contatti con i familiari e i conoscenti che si trovavano nel campo.

Infine, ho avuto la possibilità di contattare e intervistare Tasnim Ali, una ragazza musulmana, studentessa universitaria a Roma e conosciuta su Instagram e Tik Tok. Combatte i taboo e i pregiudizi sulla sua religione, rispondendo con ironia ma spiegando nei dettagli il suo meraviglioso credo.

-Senti di star facendo un buon lavoro informando la tua generazione sulla tua cultura? 

Assolutamente credo di fare la cosa giusta, è un qualcosa dal quale sono usciti risultati bellissimi, come messaggi di persone che prima avevano pregiudizi sulla religione islamica e  poi sono finite per cambiare idea, proprio per essere stati informati in quale modo.

– Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso su tik tok?

È stata più una casualità e, diciamo, che mi ci sono ritrovata. È una responsabilità enorme, ma mi piace!

– Immagino che in tanti ti diranno cose del tipo “perché metti il velo se siamo in Italia?”, a queste domande come rispondi in modo educato? Ci sono volte in cui le trovi inopportune? Se sì, quando?

Sì, questi commenti li leggo su tiktok e rispondo dicendo che l’Italia è uno Stato laico e che sono libera di professare la religione che più mi piace. Se avessi trovato alcune di queste domande inopportune, molti sarebbero rimasti ignoranti a riguardo: mi fa piacere ricevere domande che riguardano la religione, basta che siano fatte con educazione.

– Come stanno reagendo le persone di fede musulmana a questi campi di prigionia e di “rieducazione alla fede”? Tu e la tua famiglia che ne pensate, come l’avete presa?

Mi aspetto che NE PARLINO, che la gente ne sappia ancor di più, perché stando zitti è come se ne fossimo complici. Parlarne potrebbe portare alla fine di tutto questo.

– Trovi che una piccola parte dei pregiudizi sulla tua religione sia stata abbattuta?

Sì, gran parte di questi credo siano stati abbattuti.

Carlotta Machì

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