Da quasi un anno viviamo in condizioni che nessuno avrebbe mai pensato di poter vivere. Giorno dopo giorno abbiamo potuto notare le strette somiglianze con il mondo trecentesco di Boccaccio: egli stesso dovette affrontare la peste che nel 1348 colpì l’Italia.
Infatti, Boccaccio nacque nel 1313 a Certaldo, vicino Firenze, luogo che, qualche anno più tardi, fu assalito da una forte epidemia. Scoppiata la peste a Firenze, Boccaccio immagina di radunare una brigata di tre fanciulli e 7 fanciulle in campagna, in modo che essi possano allontanarsi dalla difficile vita in città e cercare scampo dal contagio e dalla dissoluzione morale e sociale della vita cittadina, passando la loro “quarantena” nell’ozio. Così nasce il Decameron, l’opera più celebre e riuscita del Boccaccio. Lo stesso titolo dell’opera allude a una raccolta di cento novelle.
La brigata di giovani, durante il periodo in campagna, trascorre il tempo tra balletti, canti e giochi; inoltre, per occupare alcune ore del giorno, essi decidono di raccontare quotidianamente una novella ciascuno, poiché, stanchi dell’orrore visto in città, sentono il bisogno di ripristinare i riti della società.
Di giorno in giorno viene eletto un re della brigata, cui tocca fissare un tema per i narratori; solo a uno di essi è concesso di non rispettare il tema generale e due giornate hanno tema libero. Tra novella e novella si inseriscono i commenti dei ragazzi su ciò che hanno ascoltato e ogni giornata è chiusa da una “conclusione”, che comprende una ballata.
Il libro si apre con un proemio grazie al quale si può dedurre che l’intento dell’autore è quello di dilettare il pubblico, formato prevalentemente dalle donne e più precisamente da coloro che amano. Boccaccio si rivolge alle donne per fare ammenda al “peccato della fortuna”, giacché il caso le ha poste in una condizione di svantaggio. La sua letteratura è libera dagli impacci moralistici; in essa si delinea un’idea del tutto laica e mondana, si apprezza l’uomo e l’intelligenza umana, ma ne si criticano anche le sue capacità.
L’amore è del tutto terreno e rispecchia valori a noi molto più vicini. Infatti, a differenza che con il mondo dantesco, possiamo trovare molti punti di intersezione con le idee di Boccaccio, nonostante la sua lontananza storica. Secondo l’autore tutte le pulsioni amorose non hanno nulla di peccaminoso, solo soffocare l’amore è una colpa e quest’idea si pone agli antipodi di ciò che sostiene la Chiesa.
Nei vari testi possiamo sentirci vicini anche al mondo sociale del 1300 grazie alla molteplicità del reale descritta: emergono molti scenari e protagonisti, anche non troppo distati dal mondo moderno, ma non per la vastità di protagonisti e ambienti possiamo definire il Decameron un’opera dispersiva che non tende all’unità.
Grazie ai narratori eterodiegetici e onniscienti e grazie al taglio orizzontale, a differenza di quello verticale della “Divina Commedia” di Dante, possiamo percepire ogni avventura come se fosse vicina a noi.
Per esempio, anche il motivo che ha spinto Boccaccio a scrivere l’opera, oggi più che mai, ci avvicina all’autore.
Possiamo toccare con mano e percepire perfettamente il bisogno del poeta di dilettarsi nello scrivere per allontanarsi anche dalla realtà sociale che lo circonda. Anche noi nel 2020, ben 672 anni dopo, sentiamo la necessità di abbandonare tutto ciò che ci sta intorno e dedicarci a ciò che più ci aggrada.
Grazie a Giovanni Boccaccio possiamo dire che tutta la letteratura, nonostante sia cronologicamente lontana a noi, è e sempre sarà tangibile e a suo modo rispecchierà sempre ciò che, giorno dopo giorno, è la nostra realtà.
Giorgia Ferrara



