Riportiamo l’intervista di Alice D’Agati, alunna della VB, diplomatasi quest’anno, fondatrice e caporedattrice del giornalino scolastico.
Un rapido affresco del tuo percorso scolastico.
Nel complesso, non posso che ritenere la mia esperienza scolastica estremamente positiva, sia sul piano didattico sia sul piano umano. Ribadisco sempre, infatti, che i due aspetti non debbano mai essere scissi. La formazione di una persona è inefficace se non accompagnata dall’attenzione e dalla cura dei docenti e dei compagni. Ho avuto la fortuna di vivere una scuola che non richiedesse soltanto arido nozionismo ma piuttosto una soggettivazione della cultura, una scuola che mi ha insegnato ad asservire il sapere alla vita e non viceversa. Ho intrapreso un percorso di crescita personale notevole in questi cinque anni e ne ho notato gli effetti nel mio rapporto con i compagni: quando ho messo piede al Galilei ero molto rigida ed era frequente che discutessi con il gruppo classe. Ho compreso adesso quanto siano importanti i compromessi e quanto talvolta sia più importante, al fine di mantenere unione e armonia, mettere da parte le proprie opinioni e ascoltare gli altri.
Sei sempre stata tra le persone con i voti più alti della scuola, che incoraggiamento daresti sia a chi pensa di non farcela e vorrebbe gettare la spugna sia a chi, come te, ha ottimi risultati?
Domanda difficile perché ognuno ha il proprio modo di reagire alle difficoltà. Non penso di essere in grado di dare consigli. Semplicemente, mi sento di dire di non desistere mai dai propri obiettivi. Neppure la mia carriera scolastica è iniziata in modo splendido: ho preso cinque alla prima interrogazione di scienze e sei e mezzo (ricordo ancora le urla di mia madre) nel primo tema di italiano. È stato fondamentale non abbandonarsi allo sconforto. Proprio perché ho vissuto quest’esperienza in prima persona, raccomando soprattutto a chi ha voti alti di non lasciarsi ingannare dal sistema delle valutazioni: non deve essere la valutazione lo scopo primario del vostro studio ma il vostro bagaglio personale. Lo studio mnemonico e perfezionista, che tenta di padroneggiare le nozioni di ogni disciplina è fine a se stesso; Seneca per primo sostiene che l’erudizione sia una gran perdita di tempo. È importante interiorizzare ciò che si studia e sfruttarlo nella vita di tutti giorni, sia dal punto di vista metodologico sia dal punto di vista contenutistico.
Come hai affrontato la didattica a distanza e l’esame di stato in queste particolari condizioni?
La didattica a distanza è stata devastante. Ho già detto quanto reputi importante il lato umano della scuola ed è proprio quello a essere crollato nell’ultimo periodo. Eppure, ringrazio adesso i miei docenti per il loro impegno, la loro presenza e la loro estrema disponibilità nel corso degli ultimi mesi di scuola. Il loro supporto è stato fondamentale per poter tutti insieme superare un momento di tale difficoltà. Purtroppo, però, il mio ultimo anno di liceo è stato interrotto e molte questioni sono rimaste sospese in un limbo che non le vedrà mai chiarirsi. “Carpe diem, quam minimum credula postero” diceva Orazio e credo che tutti adesso possiamo comprenderne il senso. L’esame è stato triste: rivedere i miei docenti dopo tanto tempo ma non potere neppure avvicinarmi per salutare mi è parsa una privazione. Si è trattato di un esame confuso e inconcludente, a mio parere. La struttura era troppo articolata e il colloquio era organizzato a compartimenti stagni, con passaggi rapidi e spesso troppo fragili. Lo reputo un esame che in qualche modo ha puntato alla banalità e non ha lasciato tanto spazio a soluzioni originali.
Come proseguirai i tuoi studi?
Pur avendo frequentato un liceo scientifico, so da quando ho cominciato il mio cammino di voler studiare lettere, in particolare letterature comparate. La letteratura è, infatti, la mia grande passione fin dalle scuole medie. Sono caduta anch’io, nella scelta della scuola superiore, nel mito dell’ingegnere, cui ho poi rinunciato qualche tempo più tardi, grazie soprattutto alle due docenti di lettere che ho incontrato nel mio cammino. Il mio grande sogno è l’insegnamento: spero un giorno di poter dare ai miei alunni tutta l’attenzione e tutto il supporto che ho ricevuto in questi anni.
Com’è nato il giornalino scolastico?
Come tutte le iniziative gestite da noi studenti, il giornalino è nato in maniera confusionaria. La proposta è arrivata da Andrea, rappresentante di istituto e mio caro amico, che mi ha chiesto di prendere le redini dell’iniziativa. Non volevo che il giornalino fosse soltanto occasione di svago; ho ritenuto più utile renderlo impegnato culturalmente, pertanto abbiamo creato tante rubriche e affrontato tematiche di vario genere. La realizzazione del sito è stata altrettanto caotica: nessuno sapeva creare un sito web. Ci siamo dovuti adoperare e con un pizzico di incoscienza siamo riusciti a farcela. Il primo numero è stato pubblicato per errore. Avevo appena terminato di caricare gli articoli su una bozza del sito e inviato il risultato al gruppo del Collettivo, che ha invece divulgato la notizia della pubblicazione del numero. Sono fiera di come sia poi continuato l’operato della redazione.
Com’è stato essere la caporedattrice del giornalino?
Io ero la caporedattrice solo formalmente. Non mi piace pensare alla leadership come una dittatura, credo sia importante collettivizzarla. Semplicemente era utile che qualcuno organizzasse il lavoro, correggesse gli articoli, li pubblicasse e se ne assumesse la responsabilità legale. I ragazzi della redazione sono stati preziosissimi: sempre propositivi, creativi, con tanti interessi e tanto da dire. Spero portino avanti il progetto con più costanza di quella che ho avuto io…negli ultimi tempi tra la scuola e gli impegni extrascolastici ho spesso dovuto con rammarico tralasciare il giornalino. Mi auguro che i ragazzi continuino a lavorare con la dedizione di quest’anno.
Quali esperienze ricorderai per sempre?
Oltre al progetto del giornalino, non posso non citare i “MegaHertz”, che sono stati una seconda famiglia. Con la guida del professore Zanet e della professoressa La Scala, abbiamo vissuto grandi momenti: ricordo il concerto al Teatro Santa Cecilia nel 2019, che ci ha fatti sentire quasi degli artisti professionisti. Non potrò mai dimenticare, però, tutto l’affetto che ho ricevuto dai miei docenti e dai miei compagni, tutti i momenti in cui mi sono stati accanto e mi hanno aiutato a risollevarmi. Non voglio fare riferimento a nessuna situazione particolare, perché troppo personale; sono certa che sappiano riconoscersi in queste parole.
Chi ti senti di ringraziare al termine del tuo percorso da liceale?
Vorrei ringraziare in generale tutte le persone che ho incontrato nel mio cammino, i miei compagni, i miei amici e i miei professori. Voglio menzionare quattro figure fondamentali in questi anni: la professoressa Sciortino, che mi ha fatto innamorare della letteratura italiana e che mi è stata sempre vicino, anche quando non era più mia insegnante; la professoressa Russo per i suoi stimoli preziosi e per il suo sostegno; la professoressa D’Azzò per il suo affetto e la sua infinita disponibilità; la professoressa De Blasi, che, pur essendo stata mia insegnante solo per un anno, mi ha accompagnato nella mia crescita. I miei ringraziamenti vanno alla scuola intera, alla signora Elena, al signor Benedetto e alla dirigenza. Concluderei dicendo che, nonostante adesso io cominci la mia vita fuori dal Galilei, il mio cuore vi apparterrà sempre.
