Il mondo da una finestra

Palermo, Lunedì 20 Aprile 2020, 41º giorno di quarantena.

Mi affaccio alla finestra e vedo che è una tipica sera di Aprile, un fioco vento spira dal mare, il Sole velato mi guarda beffardo dall’alto e si nasconde dietro le nuvole, la luce pian piano va via e la notte cala galantemente come solo essa sa fare. Io sono lì, ad una finestra di casa mia, la stessa dalla quale mi affaccio tutte le sere da quando l’unico svago è diventato proprio guardare alla finestra. La mia casa è alle falde di Monte Pellegrino e dalla finestra guardo l’erba e gli alberi che salgono lungo le ripidi pendici del monte che ondeggiano lentamente ritmicamente secondo la volontà del vento, io li guardo e ricordo la sensazione di quando questa stessa brezza di Aprile accarezza il mio viso quando passeggiavo nel lungomare di Mondello e ricordo la bella sensazione che mi faceva provare, mi diceva che l’estate stava arrivando, la scuola stava finendo e finalmente potevo  prendermi una pausa. Ogni tanto sento una sirena passare e spero che mai quelle sirene debbano suonare per una persona a me cara. Guardo il monte e tra l’erba scorcio da lontano piccoli punti rossi, forse papaveri, che dimostrano che la primavera è arrivata e che quindi dopo il buio invernale la luce dell’estate sta arrivando, dopo il freddo torna il caldo e capisco che dopo questa buia e fredda quarantena il caldo e la luce dell’amore torneranno tra noi. Ogni tanto dalla strada vedo autobus vuoti, raramente passa qualche macchina e qualche pedone, e ciò mi rallegra perché capisco che i miei concittadini stanno rispondendo positivamente alle restrizioni. Alle 20 suonano le campane della Chiesa, ma non a morte, ricordando che pur nel dolore la speranza deve vivere. La sera sta calando e la luce del Sole diviene via via sempre più fioca, nel cielo dietro alle nuvole compare la Luna con le sue stelle che, pur coperte e velate, ci illuminano e, anche se non le vediamo, loro sono sempre lì ad illuminarci e a guardarci. Guardo le stelle e penso a come, pur apparendoci molto piccole,  siano molto grandi e pur essendo enormi sono minuscole nei confronti del cosmo, guardo spesso le stelle ma a causa dei rumori della città non riesco ad osservarle e a contemplarle, ora nel silenzio di una sera di Aprile in quarantena, colgo quello che mi dicono, esse mi mostrano quanto piccolo sia io, quanto fuggevole sia la vita terrena di noi uomini, capisco che anche quando noi uomini ci sentiamo onnipotenti e grandi in realtà siamo come una goccia nell’oceano. Guardo la Luna, che come una mamma dall’alto ci illumina e nel buio ci indica la giusta strada, essa sempre ci parla, ma noi, immersi nella frenesia della società moderna, non l’ascoltiamo… ora però nel silenzio la guardo e l’ascolto ed essa mi mostra la mia vera essenza, comprendo chi sono realmente. Poi riguardo la montagna e guardo il Castello Utveggio che, illuminato con il tricolore italiano, ricorda a tutta la città che siamo italiani e che dobbiamo essere fieri di esserlo. Dai palazzi intorno al mio si affaccia altra gente, c’è chi chiacchiera, chi prega, chi canta. Per un momento, seppur divisi, stiamo tutti insieme, alcuni mettono della musica e si canta e si balla sui balconi, dopo altri mettono il rosario e si prega tutti insieme. Non serve essere credenti per rimanere meravigliati di quella moltitudine che prega tutti insieme, è bello vedere come in mezzo alla disperazione si cerchi speranza. Poi ognuno accende una candela e sta in silenzio, il quartiere si riempie di tante piccole luci che mostrano la voglia di rinascere di ognuno di noi, con il fuoco bruciano le nostre ansie e le nostre incertezze e con la sua luce si alzano al cielo speranza e desideri. In quel silenzio in realtà si dicono tante cose, tutti parliamo un linguaggio comune in quel momento, ossia il linguaggio della mente, e parliamo di ansie, sogni e desideri, parliamo dei nostri timori ma soprattutto della mostra voglia di sconfiggere questo virus e di tornare liberi di abbracciarti, liberi di state insieme, liberi dalla paura che anche tuo padre quando va a fare la spesa possa portare in casa questo vile male, si, dico vile, perché silenzioso e invisibile miete le sue vittime e non gli da la possibilità di difendersi prima di attaccarlo. Si fa tardi, è Aprile e in tarda sera l’umidità cala sulla città, chiudo la finestra e penso a tutto quello che ho imparato stando per un po’ lì affacciato e non vedo l’ora che l’indomani possa farlo di nuovo ma spero che presto possa farlo dopo una giornata passata tra amici, parenti e conoscenti, dopo una giornata ricca di abbracci ed emozioni, dopo una giornata di risate e di divertimento. 

Giancarlo Altieri 

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