Pandemie nella storia

La triste pagina di storia che in questi giorni si sta scrivendo e di cui noi stessi siamo partecipi non è tuttavia isolata. Molte altre volte l’umanità è stata colpita da malattie infettive e contagiose che hanno cambiato, di volta in volta, il corso stesso della storia sin dalle sue origini, da quando l’uomo ha iniziato ad organizzarsi in società e soprattutto dall’epoca dell’urbanizzazione e della globalizzazione.

La peste di Atene è una delle prime epidemie accertate della storia. Si abbatté sulla città greca nel 430-431 a.C. durante il secondo anno della Guerra del Peloponneso, condizionandone, almeno inizialmente, il risultato; decimò, infatti, l’esercito e la popolazione ateniese. Sembra che l’epidemia provenisse dall’Etiopia, mentre non risulta chiaro di quale malattia effettivamente si trattasse. Viene denominata generalmente peste, ma si crede che i sintomi non fossero quelli della peste bubbonica, bensì potrebbero essere assimilati a quelli del vaiolo, del tifo o di una forma particolarmente virulenta di morbillo. I dati giunti sino noi e che ci permetterebbero di fare stime e supposizioni più certe, sono purtroppo troppo scarsi nonostante ci sia pervenuta una testimonianza diretta del tempo. Lo storico Tucidide riuscì, infatti, a sopravviverle e documentò, per quanto gli fu possibile, le caratteristiche del morbo e il suo decorso.

Solo nel 541 d.C. gli storici hanno invece individuato il primo caso di peste bubbonica. Questa iniziò il suo cammino di morte nel sud dell’Egitto e da lì, attraverso mercantili e carovane, arrivò in qualunque città portuale o grande centro commerciale dell’allora mondo conosciuto, falciandone la popolazione. Venne chiamata “Peste di Giustiniano” perché Costantinopoli, capitale dell’Impero bizantino, divenne il centro dell’epidemia che lì vi rimase per circa quattro mesi decimando, secondo le testimonianze giunte sino a noi, il 40% popolazione. Il futuro vescovo Giovanni da Efeso nei suoi scritti parlava, infatti, di circa 16 mila morti al giorno nella sola Costantinopoli anche se, naturalmente, non sappiamo quanto veritiera possa essere questa cifra, dal momento che la città contava allora un milione di abitanti. Alla fine dell’epidemia, in tutto l’impero, avevano perso la vita 4 milioni di persone e la situazione economica non era di certo migliore; con l’avanzare della malattia anche l’isteria collettiva si era aggravata e i raccolti erano andati per lo più perduti portando quindi i superstiti a patire la fame e, decretando, secondo alcuni, l’indebolimento dell’impero stesso. La medicina di allora non aveva portato alcun vantaggio, non si sapeva come la malattia si diffondesse e tanto meno come curarla; la peste finì quindi per diventare simbolo della collera divina e la popolazione perse fiducia nella figura di Giustiniano che tra l’altro aveva contratto il morbo ma era sopravvissuto.

Il 541 non fu però l’unico anno che interessò il diffondersi della peste. Tra il 1346 e il 1353 infatti la peste nera colpì nuovamente, generando una delle più grandi catastrofi della storia europea tanto da guadagnarsi la qualifica di malattia per antonomasia. Il focolaio ebbe origine ai piedi dell’Himalaya e da lì si mosse lungo la via di Samarcanda, la via della seta, fino alla città mercantile di Caffa, in Crimea, dove, per mezzo dei mercantili, raggiunse molti altri grandi porti commerciali. Il fatto che il morbo avesse dei precedenti non aiutò, però, a fermare il contagio o a contenere la piaga; le cifre anche in questo caso furono spaventose: la popolazione europea passò da 70 a 35 milioni. Solo cinque secoli dopo si riuscì ad individuare la causa della malattia nel bacillo Yersinia pestis trasportato dai ratti, il che spiega anche la rapidità con cui la peste si diffuse: le condizioni di vita dell’epoca erano, difatti, dettate da scarse norme igieniche, alta densità di popolazione e promiscuità con gli animali. Anche in questo caso non furono rilevanti i soli effetti demografici, l’epidemia modificò profondamente la società stessa influenzandone anche la cultura, come si può notare dal Decameron di Boccaccio.

Si ritiene, inoltre, che il medesimo agente patogeno sia anche responsabile delle ondate che invasero l’Europa nei secoli successivi. Fino alla metà del 1400 la peste comparve infatti regolarmente ad intervalli di 6-12 anni, per poi aumentare il periodo di gestazione a 15-20 anni durante tutto il XVIII secolo, non riducendo invece la gravità stessa della malattia di cui abbiamo una dettagliata descrizione ne I Promessi Sposi di Manzoni.

Un’altra importante malattia fu il colera. Questa è causata dal batterio Vibrio cholerae e, nei casi più gravi, può portare a pericolose manifestazioni di disidratazione e quindi alla morte. Alcune descrizioni di sintomi assimilabili a quelli del colera si trovano già a partire dal V secolo a.C. in alcuni scritti in sanscrito. Solo nel XIX secolo, però, il colera si è diffuso dalla sua area originaria, il delta del Gange, in India, verso il resto del mondo, dando origine a ben sei pandemie che hanno ucciso milioni di persone. Nel corso dell’Ottocento, infatti, a causa dei movimenti militari e commerciali, resi sempre più agevoli e rapidi dalle macchine a vapore, che interessarono l’Inghilterra e l’India, il colera cominciò a diffondersi in tutto il globo. Gli anni delle epidemie furono: 1816-1826, 1829-1851, 1852-1860, 1863-1875, 1899-1923 e 1960-1966. I bambini erano i soggetti più esposti, mentre le aree maggiormente colpite furono l’Africa e l’Asia sud-orientale. In queste zone, infatti, il rischio di morte arrivava anche al 50% a causa delle scarse norme igieniche,  mentre solitamente si aggirava intorno al 5%.  Questo non limitò in ogni caso la sua gravità in Europa e in America, dove comunque il numero dei decessi fu esponenziale; in Italia, ad esempio, i morti furono 200.000 solo nel primo contagio.

Un altro triste capitolo interessò gli anni del 1918-1919, quando cioè l’influenza spagnola comparve nella scena mondiale. Il primo caso è stato registrato negli Stati Uniti e fu causato dal virus influenzale H1N1. L’epidemia influenzale non fu quindi chiamata “spagnola” perché ebbe effettivamente origine nella penisola Iberica, ma solo perché questa fu l’unica Nazione che si preoccupò di evidenziare l’esistenza stessa del virus e di denunciarne l’alto tasso di mortalità. La Stampa degli altri Paesi era infatti sottoposta alla censura di  guerra e negò a lungo la realtà della pandemia, inducendo la popolazione a credere che il virus fosse circoscritto appunto alla sola Spagna, da qui l’appellativo di influenza spagnola. Questa aveva invece già iniziato il suo corso falciando la popolazione anche in Europa. Soltanto in Italia la spagnola provocò infatti circa 400.000 decessi mentre le stime superano di molto i 10 milioni di morti in tutto il mondo, tanto che, secondo alcuni, giungono addirittura a 50 milioni, con un contagio complessivo di 200 milioni di persone circa. I contagiati erano anche giovani adulti sani e questo comportò un numero di vittime di molto superiore a quelle riscontrate durante la peste nera del XIV secolo, forse anche, e soprattutto, a causa della sua diffusione geografica nettamente maggiore; è appunto il primo caso epidemico che coinvolse effettivamente l’intero globo. Il ceppo virulento “utilizzò” infatti i soldati e i marinai, intenti nel combattimento mondiale, come principali diffusori del virus, agevolato anche dalle disastrose condizioni umane e igieniche in cui essi erano costretti a combattere.

Il 1957-1958 furono invece gli anni dell’influenza Asiatica, un malattia generata dal virus H2N2 riscontrato per la prima volta in Cina, da qui il nome, e in particolare nella penisola di Yunan. In questo caso, gli scienziati riuscirono a mettere a punto, in tempi relativamente brevi, un vaccino che permise di frenare e poi di spegnere del tutto la pandemia, che venne infatti dichiarata conclusa nel 1960 e che però portò con sé un milione di persone.

Sempre dall’Asia, nel 1968-1969 prese le mosse l’influenza di Hong Kong, un tipo di influenza aviaria, la terza del XX secolo e la meno letale, originata dal virus H3N2, che comunque in soli due anni uccise dalle 750mila a un milione di persone, soprattutto negli Stati Uniti.

Nel 1981 viene invece generalmente fatta iniziare l’epidemia da virus dell’immunodeficienza umana, HIV, meglio noto come AIDS. Si pensa che la sua origine sia animale, forse legata ai felini, e comporta, da qui il nome, l’indebolimento del sistema immunitario umano lasciando, quindi, l’organismo senza alcuna difesa dalle altre malattie che potrebbero decretarne la morte. La trasmissione avviene attraverso il contatto con fluidi corporei e questo renderebbe il virus meno contagioso ma, l’ignoranza iniziale, ha portato, secondo le stime, a circa 25 milioni di morti in tutto il mondo.

Questi sono solo i casi in cui malattie infettive particolarmente mortali hanno interessato il mondo in determinati e circoscritti periodi storici; altre patologie, tuttavia, quali ad esempio il vaiolo o il tifo, hanno causato in egual modo altrettante morti in archi temporali non limitati.

Le origini del vaiolo sono sconosciute, ma i primi casi sono stati riscontrati già in alcune mummie egizie risalenti a circa 3000 anni fa, tra cui anche quella di Ramsete V. Da lì il morbo è giunto sino in India, Cina ed Europa diventando sempre più stabile man mano che la popolazione cresceva di numero, diffondendosi quindi maggiormente nelle città più popolate dove scatenava frequenti epidemie. Uno dei primi significativi esempi, anche se non è sicuro si trattasse davvero di vaiolo, prese luogo durante quella che comunemente viene chiamata peste antonina, che colpì la città di Roma e le sue province dal 160 al 180 a.C. circa, e che fu portata entro i confini dell’impero romano dai soldati di ritorno dalle campagne militari contro i Parti, nell’attuale Iran . Solo qui il vaiolo uccise, secondo alcune stime non del tutto certe, tra i 5 e i 30 milioni di persone. Si tratta, infatti, di una malattia di origine virale che nel 30% dei casi risulta fatale e che colpisce in maggior misura i bambini. Il vaiolo si manifestò poi anche ai tempi delle crociate, ma si rafforzò progressivamente a partire dal XVI quando, attraverso le ondate colonizzatrici europee, si diffuse nel resto del mondo. In particolar misura furono gli indigeni Americani ad esserne colpiti, anche se comunque il morbo non lasciò mai l’Europa. Per riportare uno dei numerosi casi significativi che riesca anche a mostrare la reale portata del vaiolo si guardi la città di Napoli nel 1768 dove, in poche settimane, morirono 60.000 persone. Dal 1966 al 1977, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha portato avanti una campagna di vaccinazione internazionale che di fatto è riuscita a debellare la malattia, tanto che l’ultimo caso conosciuto di vaiolo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia, mentre, nel 1980, questa malattia è stata dichiarata ufficialmente eradicata.

Alessandra Catarinicchia

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