Quante volte ci è capitato di chiederci come fossero i professori al di fuori delle mura scolastiche? Quante volte ci siamo immaginati i nostri insegnanti seduti su un banco a scuola, proprio come noi? Ecco il motivo di queste brevi interviste anonime: dare un’occasione a noi studenti di poter comprendere il lato umano di chi ci educa ogni giorno e di poter ricordare ai nostri docenti che anche loro hanno vissuto le interrogazioni, i compiti andati male, le volte in cui avrebbero preferito guardare il muro piuttosto che aprire il libro di matematica.
“Come era il suo rapporto con professori e compagni quando andava al liceo?”
“Questa è una domanda abbastanza semplice. Soprattutto nel triennio del liceo classico il mio rapporto con gli insegnanti non è stato particolarmente positivo. Considerando la maggior parte di loro, direi di non avere avuto dei buoni insegnanti, né dal punto di vista umano né da quello culturale. La mia esperienza da liceale è stata una delle motivazioni che mi ha spinto a diventare un insegnate. Con i compagni le relazioni erano…normali, nel senso della comune dialettica che ci può essere tra ragazzi della stessa età. Sono sempre stato molto autonomo nel giudizio, poco incline ad adeguarmi a ciò che dicevano o facevano gli altri. Questo probabilmente in alcuni casi faceva nascere delle “frizioni”, delle difficoltà, ma tutto sommato ancora oggi ci sentiamo, siamo in contatto, anche perché abbiamo finito il liceo in tredici: una classe formata da pochissimi elementi.”
“Quando ha capito che voleva diventare un insegnante?”
“Ho capito molto presto che il mio interesse fondamentale era per le materie che in seguito ho deciso di approfondire all’università, quelle che oggi insegno. Penso che per me fosse abbastanza chiaro di voler insegnare già dai primi anni del liceo.”
“Cosa pensa delle manifestazioni e degli scioperi, ad esempio i Fridays For Future?”
“Penso che qualsiasi manifestazione spontanea dei giovani sia benvenuta, perché queste sono un modo di mostrare che c’è voglia di cambiamento, voglia che c’è in tutte le generazioni, dove più, dove meno. Nello specifico, per l’ambiente siamo ormai tutti convinti che non sia più prorogabile il nostro cambio di abitudini e il nostro stile di vita. Quindi, ben venga! L’unica cosa che si può auspicare è che non ci si fermi, che i ragazzi mantengano costante l’impegno. La fonte di biasimo potrebbe essere, infatti, che le manifestazioni siano una cosa estemporanea, una moda.”
“Il ricordo più bello nella carriera da professore? E in quella da alunno?”
“Sinceramente non saprei individuarne uno in particolare. Prima di tutto perché sono una persona che ricorda male e poco tutto ciò che gli è successo. Però no, non c’è un solo ricordo bello, ce ne sono tanti. Come insegnante ciò che ricordo di più e meglio sono le situazioni nelle quali gli alunni sono stati affettuosi nei miei confronti, quando mi hanno mostrato il loro affetto, la loro stima, il loro piacere di avermi incontrato. Come alunno, forse quello che ricordo più piacevolmente è l’anno nel quale sono stato rappresentante d’istituto nella mia scuola, nel quale ho potuto partecipare a realizzare cose importanti per la mia scuola. Da ricordare anche il fatto che sono stato rappresentante d’istituto nell’anno scolastico che seguiva le stragi di mafia, di Capaci e di via D’Amelio, quindi da settembre ‘92 fino a giugno ‘93. Erano anni particolarmente difficili, particolarmente importanti e di grande tensione etica nei ragazzi, che volevano vivere nel momento storico nel quale si trovavano con una certa consapevolezza. Ecco, se dovessi individuare due ricordi come docente e come alunno, direi questi.”
“Pensa di essere troppo rigido o permissivo con gli alunni? Se sì, vorrebbe cambiare il suo rapporto con loro?”
“La voce comune è che io sia abbastanza permissivo. Una voce che gli alunni non si sono mai permessi di dire perché sarebbe come darsi la zappa sui piedi. Me lo dicono i miei colleghi: “sei troppo buono”. Io non so. Probabilmente scambiano il mio essere non troppo rigido nel rapporto con i ragazzi con l’essere permissivo. La mia idea è questa: avendo vissuto una scuola rigida, per niente accogliente nei confronti degli alunni, cerco di incarnare (con tutti i limiti che questo comporta) un modello di insegnante diverso. Il mio auspicio è che questo non si traduca con il fatto che le mie discipline vengano sottovalutate dagli studenti. Poi, ovviamente, come in tutte le situazioni dove si fanno scelte, e la mia è una scelta didattica ed umana, ci sono dei pro e dei contro. C’è chi recepisce in modo corretto, chi capisce che questo tipo di atteggiamento non significa potere sottovalutare le cose importanti. C’è anche chi magari ne approfitta, ma questo lo metto in conto: c’è sempre chi pensa di trarne un beneficio. Dall’altro lato come potrei risolvere queste situazioni? Dovrei punire tutti perché qualcuno se ne approfitta? Preferisco continuare sulla mia strada. Quindi no! Non voglio cambiare atteggiamento, anche se in certe situazioni divento più rigoroso e più rigido perché il mio metodo non ha gli effetti che voglio. Cerco di contribuire a creare un clima sereno, se poi questo si deve trasformare nel fatto che ognuno fa ciò che vuole, o che nessuno fa niente, allora marcio indietro.”
