Sono passati ormai 21 anni dalla scomparsa di Fabrizio De André, ma la sua voce profonda insieme alla sua chitarra, che ha fatto nascere una musica straordinaria, forse una poesia, resta sempre viva con noi.
Nacque a Pegli, vicino Genova, il 18 Febbraio 1940, da due genitori piemontesi.
Considerato dalla critica il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, è conosciuto anche con l’appellativo di Faber, assegnatogli da Paolo Villaggio, per la sua predilezione ai pastelli Faber-Castel.
Nonostante la sua morte precoce, in quarant’anni di vita artistica riuscì a incidere quattordici album, più altri singoli.
Durante la seconda guerra mondiale Fabrizio visse inizialmente da sfollato nella campagna astigiana a Revignano d’Asti. Nel dopoguerra si stabilì a Genova, scossa e partecipe della contrapposizione tra cattolici e comunisti.
A causa del suo carattere, non poté proseguire gli studi intrapresi in un istituto privato retto da suore, così venne trasferito in un’altra scuola, dove fu vittima di un tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita dell’istituto; nonostante l’età, per difendersi non utilizzò mezzi termini e per questo venne espulso, nel tentativo di placare lo scandalo.
Negli anni del dopoguerra De André conosce Paolo Villaggio diventandone intimo amico.
Prosegue gli studi presso il liceo classico dove incontra dei professori severi con i quali è trasgressivo ma molto cordiale con i compagni di classe.
In seguito, dopo aver lasciato la casa dei genitori a 18 anni, a causa di un difficile rapporto col padre, si diplomò e frequentò i corsi di Lettere e di Medicina presso l’Università degli studi di Genova, iscrivendosi poi alla facoltà di Giurisprudenza, consigliatagli dal padre, dall’amico Villaggio e dal fratello Mauro.
Durante questo periodo egli cominciò ad avere problemi legati all’abuso dell’alcol.
Grazie ai primi contratti discografici abbandonò gli studi e intraprese la strada musicale e grazie all’incontro con Georges Brassens, De André scoprì il jazz e si innamorò ulteriormente della musica, frequentando Luigi Tenco, Umberto Bindi e Gino Paoli e cominciando con loro a suonare la chitarra e a cantare.
Durante questo periodo condusse una vita in contrasto con la sua famiglia, tra amici di tutte le estrazioni sociali e i viaggi. Cominciò inoltre importanti letture, momenti chiae per un cambiamento radicale della sua visione del mondo; da quel momento egli iniziò ad avvicinare idee anarchiche.
Il 7 dicembre 1989 sposò Dori Ghezzi, dopo quindici anni di convivenza.

In questi anni De André fece le sue prime esperienze di spettacoli dal vivo con difficoltà, poiché non riusciva a trovare il coraggio e a vincere la timidezza per esibirsi in pubblico.
Grazie a Sergio Bernardini, Faber fu capace a esibirsi davanti al pubblico della Bussola, il 16 marzo 1975. De André mise dunque da parte le sue paure da palcoscenico, paure che supererà solo con gli anni, suonando e cantando grazie al whisky che aveva in corpo (la sua timidezza fu tra le cause che gli provocarono la seria dipendenza da alcol di cui soffrì a lungo).
Dal 1969 al 1979 De André venne sottoposto a una serie di controlli da parte della polizia e dei servizi segreti italiani.
A partire dal 1974, De André cominciò nuove collaborazioni con musicisti e cantautori e a esplorare la produzione musicale degli autori americani, accanto a quelli francesi.
Nella seconda metà degli anni Settanta, in previsione della nascita della figlia Luisa Vittoria De André (detta Luvi) si stabilì nella tenuta sarda dell’Agnata, insieme alla moglie. La sera del 27 agosto 1979, la coppia fu rapita dall’anonima sequestri sarda e tenuta prigioniera alle pendici del Monte Lerno presso Pattada, per essere liberata dopo quattro mesi (Dori fu liberata il 21 dicembre alle undici di sera, Fabrizio il 22 alle due di notte, tre ore dopo), dietro il versamento del riscatto, di circa 550 milioni di lire, in buona parte pagato dal padre Giuseppe.
Dopo un concerto, il 13 agosto del 1998, il tour prevedeva un’altra tappa, il 24 dello stesso mese. Tuttavia durante le prove De André sembrava scoordinato e a disagio: non riusciva a sedersi e a imbracciare la chitarra come avrebbe voluto e lamentava un forte dolore al torace e alla schiena. Alla fine il cantautore gettò via la chitarra e non tenne il concerto. Qualche giorno dopo, De André fu sottoposto ad esami medici ad Aosta e gli venne diagnosticato un carcinoma polmonare, che lo costrinse a interrompere definitivamente i concerti.
De André fu ricoverato solo verso la fine del novembre 1998, quando ormai la malattia si trovava a uno stato avanzato: uscì dall’ospedale solo il giorno di Natale, per poter trascorrere le festività a casa insieme alla famiglia, quando i medici ormai disperano di salvarlo.
Durante una fredda notte di 22 anni fa, l’11 gennaio 1999 Faber ci ha lasciato, un mese prima di compiere 59 anni. Nella bara sono stati inseriti un pacchetto di sigarette, una sciarpa del Genoa, sua squadra del cuore, alcuni biglietti, un naso da clown e un drappo blu.
Dopo la sua cremazione le sue ceneri sono stata disperse nel lago di Genova.
Oggi noi possiamo ricordarlo grazie alla sua musica.
La sua prima chitarra, regalatagli dalla madre, ha fatto sì che egli potesse diventare un grande musicista. I suoi testi anticonvenzionali parlano di arroganza di potere, di marginalità e di sesso, non tralasciando la cronaca e la satira.
Per la sua attitudine a cantare gli umili, i poveri, le vite di emarginati, ribelli, alcolizzati, tossicodipendenti, “diversi”, suicidi, e prostitute… nonché per le sue idee anarchiche De André è spesso ricordato come “il cantautore degli emarginati” o “il poeta degli sconfitti”.
Nelle sue canzoni possiamo riscontrare attualissimi argomenti che toccano i giovani di oggi giorno.
Giorgia Ferrara
