Crediamo ancora alle «magnifiche sorti e progressive»?

Dall’età dei lumi la società ha identificato il progresso scientifico e tecnologico come un cammino continuo capace di un miglioramento effettivo del benessere delle società, il cui artefice è indiscutibilmente l’uomo, in una prospettiva di insofferenza nei confronti della natura. Si è osato pensare che l’uomo possa dominarla e mutarne le leggi. Fino a quando questa idea di progresso incessante permarrà? Essa è presente nell’età attuale? Bisogna chiedersi: crediamo ancora alle «magnifiche sorti e progressive»?

L’espressione è leopardiana o meglio è recuperata da Leopardi, che la inserisce nel suo capolavoro, La ginestra, dalla Dedica degli Inni sacri di Terenzio Mamiani, cugino del poeta e liberale cattolico fiducioso nelle virtù educative della religione e in un futuro indirizzato verso un progresso infinito. Il progresso, difatti, è un tema ricorrente nell’intera opera del recanatese. Si noti, d’altronde, che se il suo pensiero filosofico muta totalmente tra le fasi che Bonaventura Zumbini definì «pessimismo storico» e «pessimismo cosmico», il suo giudizio sul progresso e sulle teorie ottimistiche del «secolo decimonono» rimane coerentemente negativo.

Durante la fase del «pessimismo storico», Leopardi, costatando l’infelicità dell’uomo moderno e considerando la Natura un’entità benigna, opera una distinzione netta tra la condizione esistenziale di uomini antichi e uomini moderni. Essendo l’uomo condannato per costituzione all’infelicità (si rimanda alle pagine dello Zibaldone note come «Teoria del piacere»), la Natura, che pure gli ha concesso, dotandolo della ragione, la possibilità di prendere coscienza del proprio stato, gli ha inizialmente fornito dei rimedi: le illusioni e la capacità immaginativa. Il progresso della civiltà e la ragione dell’uomo, con l’avanzare dei secoli, hanno sgretolato gli antidoti offertigli dalla Natura, facendolo piombare nel tedio e nell’inerzia. È proprio l’evolversi della società che riduce il benessere dell’uomo, soggetto all’ordine immutabile stabilito dalla Natura, che ha, ad ogni modo, cercato di tutelarlo. Nella seconda fase leopardiana, il «pessimismo cosmico», cui il poeta perviene definitivamente nel 1824, la Natura perde ogni slancio materno e, anzi, espone l’uomo al «circuito di produzione e distruzione» (Dialogo della Natura e di un Islandese, Operette Morali), che essa, nella visione meccanicistica del Leopardi, non può che incarnare. L’infelicità dell’uomo è dato consustanziale alla sua esistenza: finanche gli antichi erano infelici ma paradossalmente sempre meno dei moderni, poiché la loro vita, essendo attiva, era caratterizzata da parentesi in cui prevaleva la dimenticanza dei mali e poiché essi erano ancora capaci di immaginare. I moderni hanno definitivamente smarrito tale opportunità ed essi nel secolo XIX hanno reagito in diverse maniere all’imporsi del pensiero sull’immaginazione. L’autore, approdato ormai al materialismo settecentesco e al sensismo, eredità illuministiche, opta per l’accettazione e la contemplazione dell’«arido vero», compiuta magistralmente nelle Operette morali. La posizione assunta da Leopardi non è l’unica: esistono lo spiritualismo, l’idealismo laico, lo storicismo e, infine, l’ottimismo progressista. È proprio contro queste moderne illusioni che lo scrittore si scaglia nel testo conclusivo delle Operette fin dall’edizione fiorentina del 1834, il Dialogo di Tristano e di un amico, e contro queste polemizza anche nella Palinodia al marchese Gino Capponi. Essa era stata posta in chiusura all’edizione napoletana dei Canti; in tal modo Leopardi aveva istituito un parallelismo lampante tra il componimento poetico e la suddetta operetta. I motivi oggetto di entrambi i componimenti sono i medesimi e simile è anche l’ironia della ritrattazione che li percorre. Leopardi considera, con sarcasmo, i giornali «anima e vita / dell’universo, e di savere a questa / ed alle età venture unica fonte!». Si potrebbe forse apprezzare la connotazione quasi profetica dell’affermazione; il poeta anticipa l’uso smodato dei giornali per la propaganda, per la pubblicità, ma anche, con una lettura premonitrice, la nascita dei social media e la facile e rapida diffusione delle fake news. Altra riflessione circa il progresso sociale è dedicata alle «masse»:

«Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che l’individuo si prenda nessun incomodo […]. Lasci fare alle masse; le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino gl’intendenti d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo.»

Leopardi, nella Palinodia, si domanda, pertanto, come dall’infelicità inevitabile dei singoli, dovuta, come si è detto, alla Natura stessa, possa nascere una comunità felice. Lo stesso progresso scientifico, tanto decantato dai moderni, non è in grado di concedere all’uomo lo scettro del potere contro la Natura. Essa è come un fanciullo: non appena ha eretto una costruzione, senza neppure ammirarne la perfezione, la demolisce e con i residui ne costruisce una nuova. L’uomo è parte dell’edificio continuamente costruito e distrutto dalla Natura. Egli è sostanzialmente impotente; crede di “procedere” ma a causa dei falsi miti con cui si illude non fa che “ritornar”. Egli precisamente non è in grado di annullare l’ordine naturale immutabile. Si apre un bivio: la disillusione e la rassegnazione oppure l’autoinganno. I contemporanei di Leopardi hanno scelto l’autoinganno; Leopardi solleva gli occhi e accetta quella che Machiavelli chiamerebbe «la verità effettuale della cosa». Nei testi sopracitati la conclusione è tragicamente negativa: il Dialogo si conclude con una passionale esaltazione della morte, invece la Palinodia, dopo la dimostrazione dell’incidenza nulla del progresso sul benessere della vita umana, non offre alternative in positivo.

Ma Leopardi non è solo il poeta della distruzione delle illusioni moderne e del disincanto; egli, difatti, ci lascia in eredità il canto considerato il suo testamento spirituale, La ginestra. Qui sono ancora una volta analizzati i temi chiave di tutta la poetica leopardiana (la marginalità dell’uomo nell’universo, la sua fragilità, l’impercettibile durata del tempo della storia rispetto al quasi statico procedere della natura, il mito del progresso). L’autore non interrompe la sua critica alle«superbe fole», cioè le illusioni che animano i contemporanei, che addirittura si prendono gioco di loro stessi esaltando «fin sopra gli astri il mortal grado». Il secolo XIX è, per l’appunto, detto «superbo». L’uomo si crede invincibile, crede di poter raggiungere, mediante le invenzioni, una «perfettibilità indefinita», ma, come si è già spiegato, questo è impedito dalla Natura, che svolge il suo corso insofferente allo stato «mortale» e che con «un’onda / di mar commosso, un fiato / d’aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì, che avanza / a gran pena di lor la rimembranza.» Ecco che, dunque, alla luce della sventura che accomuna l’intero genere umano, all’uomo non resterebbe che la disillusione ma Leopardi offre adesso una valida alternativa: la «nobil natura» umana dovrebbe cessare di addossare le colpe della propria infelicità ad altri uomini e rivolgersi a «quella / che veramente è rea», la Natura; tutti gli uomini dovrebbero unirsi in un’unica «social catena» e fronteggiarla, con virtù cardini l’onestà, la lealtà, la convivenza civile, la giustizia e, soprattutto, la solidarietà. Per questa prospettiva utopistica, non del tutto originale, in quanto ripresa da Rousseau, la critica novecentesca ha attribuito a Leopardi l’appellativo di “progressivo»: il termine, coniato da Luporini nel 1947, nel suo saggio Leopardi progressivo, parte dall’espressione sopracitata «magnifiche sorti e progressive» ma ha perso qui ogni traccia ironica e vuole sottolineare la presenza nel pensiero dello scrittore di una forma di fiducia nel «generale processo dell’incivilimento», fiducia che non risiede, però, nell’individuo, bensì nella moltitudine e che sfocia in una dichiarazione di solidarietà tra uomini, per un progresso generale della condizione umana. Gli uomini, quindi, cooperando e aiutandosi reciprocamente, eviteranno di appesantire il «gravissimo fascio» che ciascuno d loro regge «in su le spalle» con il male generato da loro stessi, indipendente dall’azione della Natura. Pur trovando una via d’uscita dalla rassegnazione, questa non si fonda sull’idea che il progresso possa permettere un costante miglioramento delle condizioni umane, anzi, essa ha come presupposto necessario l’accettazione disillusa dell’«arido vero».

Attualmente, forse anche noi abbiamo lentamente compreso che la nostra attività, violentando la natura, non può che fallire. In questi ultimi anni si è assistito a rapidi cambiamenti climatici, al sorgere di manifestazioni giovanili e al diffondersi di politiche ecologiste. L’epoca presente sta costringendo la Natura a un punto di non ritorno, poiché teme le conseguenze delle proprie azioni, ormai consapevole di essere destinata a un’inevitabile sconfitta in una guerra contro colei che, se per Leopardi è «madre è di parto e di voler matrigna», per l’uomo contemporaneo è ormai vittima del progresso, delle industrie, dell’inquinamento. Abbiamo finalmente contemplato il «vero» e desistito dal credere al mito tanto bello quanto fallace delle «magnifiche sorti e progressive».

Alice D’Agati

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