Chiunque abbia anche solamente sfogliato un manuale di letteratura italiana avrà notato che la definizione più comune per connotare Petrarca è quella del poeta del «dissidio interiore». L’anima dello scrittore, difatti, appare costantemente scissa tra poli opposti e questa oscillazione continua può essere ricondotta a un’indecisione tra beni immanenti e beni celesti. Petrarca non sa scegliere tra la gloria poetica e l’introspezione, finalizzata ad abbandonarsi a Dio, tra l’amore per Laura e la completa dedizione al Creatore; queste le principali declinazioni del suo dissidio, accompagnate sempre dalla consapevolezza che tutto ciò che ha sede in questo mondo è labile ed effimero, una consapevolezza che, però, non è sufficiente a distogliere lo sguardo dell’autore da quelle bellezze. Emblematica è certamente la lettera indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro (il frate che gli aveva donato la copia delle Confessioni di Sant’Agostino, che si narra che Petrarca portasse sempre con sé), meglio nota come L’ascesa al Monte Ventoso. L’artista descrive la scalata al Monte Ventoso, presso Avignone, compiuta da lui stesso e dal fratello Gherardo. Il fatto è autobiografico: l’impresa risale al 1336 ma la lettera fu scritta intorno al 1352-53, pertanto successivamente al 1343. Nel 1343, difatti, Petrarca fu vittima di una profonda crisi religiosa per il ritiro in convento del fratello. Gherardo aveva trovato il coraggio di prendere la drastica decisione che il poeta non prese mai.
Rimessici in marcia, avanzammo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana.

Gherardo segue la via più ripida; Francesco tenta in tutti i modi di trovare un sentiero meno tortuoso per spendere meno energie. Petrarca, pertanto, rappresenta con questa scena simbolica le scelte esistenziali di entrambi: quella monastica di Gherardo; quella di contemplazione della realtà esteriore di Francesco, che lo costringe a un ripiegamento su se stesso. È questa autoanalisi a guidare l’autore trecentesco verso la piena consapevolezza della propria frattura interiore, divenuta nel Canzoniere motivo di sofferenza e vergogna. C’è da chiedersi, tuttavia: la sofferenza di Petrarca è vera? Il suo dissidio interiore è realmente un rottura interna oppure esso, già nel suo riconoscimento, si trasforma in un tentativo di conciliazione?
Buona parte dei componimenti del Canzoniere ruota attorno al dissidio interiore dell’io poetico, cifra della sua opera. Non potendo tralasciare, d’altronde, la perfetta cura formale di tutti i testi, tenendo a mente l’abitudine di Petrarca di riscriverli e revisionarli con frequenza, è lecito domandarsi se anche l’insistenza sulla sua scissione, pur partendo da una condizione psicologica, o meglio per usare una categoria trecentesca, una disposizione dell’anima, non sia frutto di una posizione letteraria. Per rispondere a tale quesito è necessario riflettere su un altro scritto dell’autore: il Secretum (De secreto conflictu curarum mearum). Opera di autoanalisi, piuttosto vicina alle già citate Confessioni di Sant’Agostino, è un dialogo tra Francesco e Agostino della durata di tre giornate, in presenza della Verità. Esso costituisce, probabilmente, la testimonianza meno contaminata del sentire interiore del poeta, poiché non destinato alla pubblicazione, anzi, appunto, segreto. Sant’Agostino, qui presentato come un alter ego di Francesco, come la sua coscienza, ammonisce l’uomo per la debolezza della sua volontà, che gli impedisce di condurre una vita virtuosa e pura; per il desiderio di gloria terrena e per l’amore per Laura, che lo distolgono inevitabilmente dall’amore per le cose eterne e da Dio. Agostino ha il compito di generare un nuovo Francesco, che, posto di fronte a se stesso, non sia più fragile peccatore: ma il proposito non riesce. Il Secretum è, dunque, un libro problematico che descrive lo stato esistenziale di un uomo problematico. Contrariamente alle Confessioni, infatti, non vi è una vera conversione da parte di Francesco. Egli riconosce la veridicità di quanto predicato da Agostino ma non è capace di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Si potrebbe dedurre che la volontà di Petrarca è tanto irresoluta da non permettergli di cambiare. Il dissidio di Petrarca, allora, si dovrebbe dire insanabile, generatore di dolore, arduo da accettare: un’«antica e pericolosa malattia». Eppure, anche se Francesco comprende di essere avvinto da catene, dal suo spirito non ben individuate, Agostino ne mostra le reale natura e condanna l’atteggiamento dell’uomo nei loro confronti:

Le conosci benissimo; solo che, rapito dalla loro bellezza, non le ritieni catene ma tesori. Per rimanere nella similitudine precedente, sei come chi, legato in ceppi e manette d’oro, osserva l’oro con gioia e non s’accorge dei ceppi. Tu pure, con gli occhi ben aperti, vedi ciò che ti lega, ma non sai liberarti da questa cecità che ti fa compiacere dei vincoli che ti traggono a morte e, la peggiore di tutte le cose, te ne fa vantare.
Perché un uomo, vittima di un conflitto inguaribile, da lui stesso ostentatamente non tollerato, dovrebbe compiacersene, dovrebbe «nutrirne il cuore»? Si consideri Tasso, il poeta del «bifrontismo spirituale», secondo la definizione di Lanfranco Caretti: Tasso non raggiunge mai la piena percezione della propria frattura interiore, anzi, essa affiora nella sua coscienza senza però essere tematizzata, pur nell’incessante ricerca di una soluzione. Il manierista non riesce ad accomodarsi e ad accettare la propria scissione: egli desidera sempre l’approvazione altrui, prova a domare le spinte centrifughe del suo animo, anche nel suo straordinario poema, poiché non sa convivere con loro. La Gerusalemme Liberata, benché costruita su un filo unitario, è tutta pervasa da movimenti centrifughi: i personaggi più riusciti sono quelli che li incarnano, come Tancredi o Erminia. Risulta quasi incolore la figura di Goffredo di Buglione, rappresentante dell’unità. Petrarca, invece, sembrerebbe rassegnarsi di fronte al proprio dissidio: la sua conciliazione sta proprio nell’identificazione e nella proposta poetica della sua condizione. Il Secretum si conclude senza alcuna conversione forse perché convertirsi non è nelle intenzioni reali di Petrarca: egli guarda al futuro. Il dissidio di Petrarca, infatti, non è un dissidio individuale, è collettivo. Esso è l’esito dell’epoca di transizione, del passaggio tra il Medioevo e l’Umanesimo, della dicotomia tra teocentrismo e antropocentrismo. Il Secretum stesso, citando Ugo Dotti, altro non è che il dibattito tra l’uomo cristiano, Agostino, e l’uomo umanista, Francesco. Esso non può dare origine a una conversione religiosa perché Petrarca è già un uomo moderno, un uomo che ha già preso posizione in questo scontro, semplicemente accettandolo.
Alice D’Agati
