Quante volte ci è capitato di chiederci come fossero i professori al di fuori delle mura scolastiche? Quante volte ci siamo immaginati i nostri insegnanti seduti su un banco a scuola, proprio come noi? Ecco il motivo di queste brevi interviste anonime: dare un’occasione a noi studenti di poter comprendere il lato umano di chi ci educa ogni giorno e di poter ricordare ai nostri docenti che anche loro hanno vissuto le interrogazioni, i compiti andati male, le volte in cui avrebbero preferito guardare il muro piuttosto che aprire il libro di matematica.
“Ci racconti qualcosa del suo passato”
“Ho frequentato il liceo classico *** , ai tempi uno dei licei più tormentati politicamente, però, molto attivo sul piano artistico-espressivo. Abbiamo vissuto gli anni Novanta, gli anni della “Pantera”, che veniva avviata all’università, e creato anche delle forme alternative di cultura, attraverso il teatro, i laboratori di pittura…in alcune parti dell’anno.”
“Lei partecipava?”
“Io partecipavo. Sono sempre stata attratta dal mondo teatrale, artistico e musicale e da tutte le forme espressive che abbiano dei fondamenti culturali.”
“Le Sue materie preferite?”
“Le mie materie preferite erano il greco, il latino, l’italiano. Le studiavo con particolare passione perché avevo anche un’insegnante di greco e latino che trasmetteva l’amore per le proprie discipline con la luce dei suoi occhi e mi faceva particolarmente amare queste materie.”
“Se dovesse fare un confronto tra la scuola di oggi e la scuola dei Suoi tempi, da docente, come la vede?”
“Credo che attualmente ci sia una maggiore attenzione soprattutto all’aspetto emotivo dei giovani, sempre più fragili ma bisognosi di dialogo, e, quindi, sul piano delle relazioni umane, forse c’è più disponibilità da parte di molti docenti rispetto ai miei tempi da giovane studentessa della prima metà degli anni Ottanta. Sul piano umano c’era poca attenzione e disponibilità all’evento affettivo. Sul piano, invece, della formazione culturale si cura molto di più oggi il mondo dell’attualità, che allora si trascurava. Si studiava la disciplina, ciò che era scritto nei testi, senza attualizzarlo o contemporaneizzarlo.”
“Il Suo rapporto con i docenti?”
“Tra alti e bassi, grande rispetto. Studiavo le materie scientifiche – che non mi piacevano – per dovere di figlia giudiziosa, per necessità. Ottenevo il mio sette, il mio otto ma giusto come applicazione di un processo quasi meccanico. Studiavo sicuramente con più passione la storia e la filosofia, il latino, il greco e l’italiano.”
“E con i compagni?”
“Con i compagni il rapporto era abbastanza bello perché, nonostante fossimo in una classe con una competizione attiva sul piano del successo scolastico, c’era la possibilità di dedicarsi ai più fragili. Per cui io tengo ancora conservato nei miei cassetti un foglietto di una versione passata al compagno o alla compagna più fragile, che chiedevano a noi bravi di aiutarli…ma giusto come eccezione!”
“Per quanto riguarda il Suo percorso lavorativo, Le è sempre piaciuto insegnare o, se potesse tornare indietro, cambierebbe mestiere?”
“Sì, giocavo da piccola a fare la maestra . Tra l’altro, sono figlia di un’insegnante elementare. Mia nonna, inoltre, era una maestra storica di un paesino vicino Palermo, nota per la sua disponibilità. Nel DNA il codice un po’ mi impone la professione. Giocavo da piccola con le bambole e un banchetto, dei colori e dei libri, raccontando e spiegando testi alle bambole che mi guardavano insensibili, totalmente, un po’ come adesso alcuni degli alunni. A me basta la luce di pochi per darmi, dopo trent’anni di insegnamento, la forza di continuare.”
“Il percorso per arrivare a insegnare è stato difficile?”
“No, difficile non direi. A parte un concorso che è stato annullato a Siracusa. Abbiamo dovuto ripetere la prova perché alcune traduzioni sono state trafugate. Devo dire che ho insegnato per un biennio alle scuole medie e poi subito al superiore, prima in un liceo classico a Monreale e poi ho ottenuto il trasferimento al Galilei, la gloria di arrivarvi nel 2000 e non muovermi più. Anche se avrei potuto insegnare al classico, ho preferito rimanere al Galilei, soprattutto con ragazzi del triennio, perché ritengo, a prescindere dal nome del liceo, che fare scuola significhi soprattutto trasmettere conoscenze e passione per la cultura.”
“Come riesce a conciliare la vita privata con la scuola?”
“Questa è una risposta che io riferirei a tutti quelli che ci accusano di fare solo diciotto ore, quasi benedicendo il lavoro dell’insegnante. Direi loro che non è affatto vero che si lavora solo diciotto ore settimanali: spesso di notte si pensa a certi casi accaduti a scuola ad alunni particolarmente fragili; la mattina ci si sveglia pensando a tutto il lavoro che bisogna proporre sul piano del contesto culturale. È un lavoro impegnativo, che si fa con passione, ma che impegna anche a livello psichico oltre che fisico: fisico perché io, nonostante abbia dei problemi alle corde vocali, continuo impunemente a venire a scuola e a parlare, cosa che, invece, gli otorini sconsigliano; psichico perché effettivamente la stanchezza assale quando occorre collegare le parole alla semplicità del linguaggio, occorre trasmettere dei concetti a ragazzi che magari sono distratti da mille altri elementi, occorre proporre dei contenuti forse a volte più convincenti rispetto ad altri che sono più noiosi. È difficile anche per chi ha una vita familiare attiva, cioé non soltanto per l’insegnante che torna a casa e trova semplicemente il suo studio matto e disperatissimo in una casa che non ha altri cuori da sanare; ci sono per una madre, per una moglie per una figlia di genitori anziani tante competenze e incombenze che, se sommate al lavoro scolastico, diventano una prova di vita. Ricordando anche che il nostro stipendio non è estremamente remunerativo.”
“Un aneddoto memorabile accaduto a scuola?”
“Ricordo che a un’interrogazione su Virgilio, suggerivamo il nome di Didone a un compagno che non sapeva chi fosse l’amante di Enea a Cartagine, alzando il pollice per aiutarlo. Il compagno disse che il nome della fanciulla era Ditone.”
