Uomo e tempo: siamo infelici?

Forse niente ci è più incomprensibile del significato del tempo, quella forza ineluttabile, invisibile e così potente da creare e allo stesso tempo distruggere la vita. La maggior parte degli uomini associa il tempo ai fenomeni di mutamento e all’evoluzione, ma forse all’interno della frenesia della nostra società il vero significato del tempo ci sfugge inesorabilmente. Perché non riusciamo ad organizzare gli impegni della nostra vita? Perché ci lamentiamo continuamente dicendo “non ho tempo”? E perché a fine giornata crediamo di non essere riusciti a fare ciò che ci eravamo prefissati di fare? Forse la risposta a queste domande così complicate deve essere ricercata nel passato. Sin dall’antichità, infatti, abbiamo tentato di trovare un modo per definire il tempo. Gli antichi greci indicavano il tempo con tre diverse parole: Chronos,che rappresenta il tempo cronologico e quantitativo (tempo oggettivo); Aiònche rappresenta la vita come durata dell’esistenza personale (tempo soggettivo); e infineKairòscon la quale veniva indicata l’occasione, il momento propizio da cogliere nella sua istantaneità. Anche molti filosofi come Eraclito, Aristotele, Sant’Agostino, Immanuel Kant e Hegel hanno provato a interpretare il significato del tempo, dando delle definizioni molto soggettive, indefinite, criptiche e anche abbastanza contestabili.

Il filosofo, drammaturgo e politico latino Lucio Anneo Seneca (4 a.C-65 d.C.) fa del tempo uno dei “topoi” cardine del suo pensiero filosofico. Egli, nel dialogo-trattato “De brevitate vitae” sostiene che gli uomini hanno torto a lamentarsi della brevità del tempo, perché la maggioranza di essi spreca la propria vita, dissipandola in occupazioni futili e vane: queste persone vengono chiamati “occupati” e si contrappongono al sapiente, l’unico che sfrutta bene il tempo ricercando verità e saggezza. Seneca precisa inoltre che chi si dedica alla ricerca dei beni materiali non avrà la possibilità di assicurarsi l’autàrkeia, ossia l’autosufficienza interiore, la libertà da ogni condizionamento esterno.

Seneca ci esorta (come nelle Epistulae morales ad Lucilium) ad abbandonare le nostre futili mansioni quotidiane per dedicarci allo studio e alla pratica della “sapientia”, unico “luogo” in cui risiedono la gioia e i valori veri, contrapposti alle passioni (impulsi irrazionali che spesso offuscano la ragione e sfociano in follia).

La soluzione alle nostre domande è abbandonare ogni cosa in cui crediamo e che ci rende apparentemente felici? Per Seneca Il lavoro, i pomeriggi con gli amici, le partite di calcetto, i videogiochi, i libri, forse anche l’amore sarebbero tutte delle inutili perdite di tempo che ci distraggono da ciò che conta veramente: la sapienza come esercizio della virtù. Però bisogna precisare che egli, essendo il precettore di Nerone, non aveva disagi economici; che, nonostante i suoi insegnamenti, si circondava di schiavi, ricchezze e sfarzosità (diciamo che dimostra una certa incoerenza) e si presentava come un uomo accortosi troppo tardi di tutto il tempo sprecato.

Oggi, in una società controllata dal capitalismo e dalle multinazionali, in cui vige, secondo la teoria del “darwinismo sociale”, la legge del più forte, abbiamo irrimediabilmente perso la virtù tanto decantata e vagheggiata da Seneca. Davvero sprechiamo il nostro tempo in cose futili: guerre, massacri, odio, razzismo, antisemitismo ecc…

Non sarebbe meglio aiutare il prossimo, essere altruisti, battersi e usare il proprio tempo per cose realmente giuste e per le quali vale la pena lottare? Un’uscita con gli amici può essere una cosa importante così come inseguire l’amore o le nostre passioni. C’è tempo per ogni cosa; basta credere veramente in noi stessi e in ciò che facciamo, superando le difficoltà. La vita è una sola, non sprechiamola, perché non c’è cosa peggiore che avere dei rimpianti. Se stiamo utilizzando il tempo per qualcosa in cui crediamo, allora non lo stiamo sprecando.

Gli uomini sprecano gran parte della vita facendo il male, la massima parte non facendo nulla, la vita intera facendo altro.

(Lucio Anneo Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium)

Antonio Santino

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