I promessi sposi sono stati, sono e saranno ancora uno tra i testi più letti della letteratura italiana. L’immagine di Manzoni che la critica letteraria meno recente, ricordiamo Attilio Momigliano, ci ha tramandato è quella dell’autore della Provvidenza e il suo romanzo è, di conseguenza, inteso come il luogo in cui tale filo provvidenziale trova la propria realizzazione. Si può davvero asserire che ne I promessi sposi agisca la Provvidenza e che il male nella storia sia spiegato alla luce di una serena confidenza con Dio? I promessi sposi sono realmente «l’epopea della Provvidenza»?
Cessato l’allarme della pestilenza, Renzo ritorna al paese natale, visitando i luoghi a lui familiari. Apprende da Don Abbondio i nomi dei morti durante l’epidemia e si dirige verso il proprio podere. Lo sguardo di Renzo procede con rapidità, invece lo sguardo di Manzoni si sofferma a osservare e a descrivere minuziosamente le condizioni disastrose cui la vigna del protagonista del romanzo è stata ridotta, dagli uomini e dalla natura:
Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi insomma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi e porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle loro foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli; là una zucca selvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avvitacchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravano giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendono l’uno con l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone.
(A. Manzoni, I promessi sposi, CAP. XXXIII)

Il passo, noto come «La vigna di Renzo», è definito insieme a «La madre di Cecilia» il vero finale de I promessi sposi. Manzoni rallenta il concitato tempo del racconto e dipinge un quadro di devastazione, facendo uso, tramite l’enumerazione, di termini botanici ma soprattutto di termini negativi legati all’agire umano, come «soffogato», «soverchiarsi» o «passarsi avanti». Nel testo spiccano tre parole: «marmaglia», «guazzabuglio» e «confusione». Inserite nel contesto della narrazione manzoniana non sono certamente casuali, anzi la «marmaglia» va interpretata al di là del suo significato letterale; allegoricamente, essa incarna l’inclinazione al male che spontaneamente prevale in natura. Non è inclinazione soltanto della natura bensì anche degli uomini. Manzoni approda nascostamente a una concezione naturalistica dell’uomo vicina a quella hobbesiana o machiavelliana: l’uomo è ontologicamente «triste».
Italo Calvino ha definito I promessi sposi «il romanzo dei rapporti di forza». Le forze che interagiscono, tutte presenti nel brano, sono la «Storia umana», che si intravede nello scenario di guerra e malgoverno; la «Natura abbandonata da Dio», riflessa nella carestia; la «Giustizia divina» cioè la peste. Lo stesso autore novecentesco, contrariamente a Momigliano, sostiene che nell’opera non sia affatto la Provvidenza e, dunque, che Manzoni, pur essendosi proposto di «calare l’ideale nel reale» (F. De Sanctis), non vi sia poi riuscito. L’unico intervento di Dio è la peste, quella che Don Abbondio aveva definito la «scopa» che ha spazzato via i malvagi del mondo, che permette la felice conclusione della vicenda. Difatti, non sono i personaggi che testimoniano la possibilità di salvezza a risolvere la faccenda: Fra Cristoforo, personificazione della frattura tra il mondo degli uomini e il disegno divino, è incapace di sanare la distanza tra ideale e il reale e inspiegabilmente muore di peste.
Si può davvero affermare che Manzoni pervenga a conclusioni tanto distanti da quelle dell’Adelchi? Adelchi è l’eroe della rinuncia per antonomasia, il personaggio puro in cui l’aspirazione alla gloria si scontra con le ambizioni politiche e l’orrore del potere. In questa vita, infatti, «non resta/ che far torto, o patirlo», non ci sono mezzi termini; tutto il mondo manzoniano è suddiviso in vincitori e vinti, in oppressori e oppressi, come ne I promessi sposi, dove, secondo l’analisi del sistema dei personaggi elaborata da Angelo Marchese, Renzo e Lucia sono le vittime e Don Rodrigo e l’Innominato i loro oppressori. Manzoni abbandona il genere tragico: la tragedia non permettere di «calare l’ideale nel reale», se non modificando i dati storici. Tenendo presente l’aderenza al vero predicata dallo scrittore, si spiega perché la forma del romanzo gli sia più congeniale. Tuttavia, il romanzo non riesce a soddisfare le ambizioni di Manzoni. Non si dimentichi il «sugo di tutta la storia», cioè l’ultima pagina del capolavoro: Lucia e Renzo tirano le fila della loro avventura. Renzo sostiene di aver cercato i guai ma di aver da questi imparato molto e di aver portato a termine il suo percorso formativo. Lucia, d’altro canto, replica di non essere andata alla ricerca delle difficoltà, di essere stata una spettatrice, una vittima. Entrambi giungono a formulare la morale per il «lettore reale» (R. Luperini):
I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

Si noti il rifiuto dell’idillio: anzitutto, i due protagonisti non possono tornare a vivere nel loro paese e sono costretti a trasferirsi nel bergamasco, dove li attendono nuove difficoltà. La storia è penetrata nel tempo ciclico della vita paesana. Inoltre, il male non è escluso dalle prospettive future: non vi è una vera risposta alla sofferenza dell’esistenza, se non in una dimensione ultraterrena. «Fuor della vita è il termine/ del lungo tuo martir» era declamato nel coro dell’atto IV dell’Adelchi. Il dolore non si spiega dentro la storia. La Provvidenza, secondo il milanese, agisce nella storia ma non ne indirizza il senso verso il progresso: essa si muove non in modo chiaro ma si rende imperscrutabile agli occhi dell’uomo. Non è solo il filo provvidenziale a essere precluso alla ragione ma finanche l’operare della giustizia. Essa non appartiene a questo mondo, anzi, Manzoni nega la validità della giustizia umana; si pensi, ad esempio, alla Storia della colonna infame in cui il letterato si scaglia contro le responsabilità collettive del mondo secentesco ma soprattutto contro quelle individuali di giudici e condannati. L’uomo si eleva a giudice in un mondo in cui l’unica giustizia vigente è quella divina.
Il finale effettivo de I promessi sposi è, pertanto, aperto e problematico e ancor di più lo sono i passaggi del romanzo considerati il messaggio rivolto al «lettore ideale» (R. Luperini), quel narratario (i «venticinque lettori») capace di afferrarlo e di superare il velo allegorico delle due sequenze. Manzoni lascia irrisolte le questioni del male nell’esistenza, della Provvidenza operante nella storia e della giustizia. Il male non si può escludere dalla realtà in alcuna maniera e non è neppure possibile spiegare le ragioni della sua azione. Il disegno provvidenziale esiste ma la sua chiave di lettura non può essere colta. La giustizia non può risolversi in una prospettiva terrena, solo in una trascendente. Manzoni, il narratore onnisciente e autoritario, rinuncia, come Adelchi, al proprio ruolo privilegiato e si arrende di fronte all’impossibilità di trovare un senso al dolore nell’esistenza.
Lo stesso problema attanaglia Leopardi che nel Dialogo della Natura e di un Islandese lascia senza soluzione i quesiti inerenti all’infelicità umana. La contemplazione leopardiana dell’ «arido vero» sfocia in un titanismo eroico, prima individuale, poi, nella fase de La ginestra, collettivo; nella speranza di una «social catena» che fronteggi la Natura maligna. Il solo valore fisso e universale che Manzoni oppone alla storia, successione di errori e colpe, è la morale cattolica. Manzoni propone come unica forma di riscatto degli umili, le vittime preferite del male, non una ribellione, che egli da cattolico liberale condanna, ma una progetto di ricristianizzazione della società: unica mediazione che può intervenire a modificare parzialmente le condizioni degli umili è la Chiesa e la caritas dei buoni cristiani, come era affermato ne La Pentecoste. Benché siano inseriti dei personaggi ideali che individuano un operare più efficace nella società, esso, però, pare incapace di modificarla in profondità, di invertire la tendenza al male del corso della storia.
Il mito de «l’epopea della Provvidenza» (A. Momigliano) è schiacciato dai dubbi che perseguitano Manzoni e che non si risolvono, come sostiene la critica moderna, in nessuna delle sue opere.
Alice D’Agati
