Pierre-Auguste Renoir è il pittore che, dopo Monet, ha meglio sintetizzato l’estetica del nuovo stile pittorico dell’Impressionismo.
Nacque il 25 febbraio a Limoges da una famiglia di modeste origini: la madre era un’operaia tessile e il padre un sarto. Sin dalla più tenera età mostrò un’inclinazione per il disegno e i genitori lo incentivarono a cimentarsi nello studio dell’arte. Appena tredicenne, venne assunto come apprendista nella ditta di porcellane decorate Lèvy Frères. Lì, Renoir familiarizzò con i pennelli e i colori, decorando piatti e tazzine. Nel 1862 si iscrisse alla scuola di belle arti e frequentò lo studio del pittore Gleyre, dove incontrò Monet e Sisley. Dalla metà degli anni ’60 dell’Ottocento la sua pittura si configura già pienamente impressionista.
Nella primavera del 1864 Renoir, con i suoi amici pittori (Monet, Bazille e Sisley), cominciò a sperimentare il metodo, poi denominato, “en plein air”, dipingendo nella foresta di Fontainebleau. Molti altri giovani artisti seguirono l’esempio di Renoir dando il via alla nuova corrente artistica chiamata “Impressionismo”, così definita dal critico Louis Leroy, ispirato dal titolo di un dipinto di Monet. Nel 1874, insieme a Monet e ad altri artisti con cui condivise l’interesse per la ricerca sul colore, Renoir espose alcune sue opere a una mostra allestita nello studio del fotografo Nadar, a Parigi, che ospitò centosessantacinque opere – dipinti, dise
gni, acquerelli, pastelli – eseguiti da artisti appartenenti alla Societè anonyme des artistes, peintres, sculpteurs, graveurs, fondata l’anno precedente.
Fin dagli esordi, il soggetto che Renoir predilige è la figura umana, isolata o in gruppo, spesso dipinta all’aperto, nei momenti di svago, in mezzo alla natura. Proprio l’energia di questi corpi giovani e dalle forme generose è uno dei segni distintivi delle sue opere, in cui la fisicità del corpo diventa un inno alla gioia di vivere e alla spensieratezza.
Un chiaro esempio di questa visione è l’opera Bal au moulin de la Galette.

In questo dipinto, risalente al 1876, abbozzato en plein air ed ultimato in atelier, Renoir ritrae una moltitudine di giovani che ballano e si divertono all’interno di un locale denominato Moulin de la Galette, da cui deriva il nome dell’opera.
Tramite il nuovo utilizzo di colori brillanti, l’artista riesce a suggerire benissimo il senso del movimento e lo stato d’animo allegro e spensierato dei giovani raffigurati. La forma è costituita mediante i colori, sensibili alla variazione della quantità di luce solare che attraversa le fronde degli alberi.
Si può notare come le ombre siano sempre colorate: difatti, secondo l’artista, la natura conosce soltanto i colori; il bianco e il nero non lo sono.
I critici hanno a lungo discusso per determinare se questo quadro sia stato o non sia stato realizzato sul posto. La sua complessa elaborazione suggerisce, però, che Renoir lo abbia realizzato nel suo studio. Esso, tuttavia, non perde la sua freschezza e immediatezza percettiva. La sensazione è che il quadro sia il fotogramma di un film in continuo svolgimento e ciò serve, appunto, non a raccontare una storia ma a esprimere, in profondità, una sensazione vitale. Questo quadro, probabilmente il più celebre dell’autore, è la sintesi della carica innovativa che l’Impressionismo ha portato nella pittura francese ed europea.
“Per me, un dipinto deve essere una cosa amabile, allegra e bella, sì, bella. Ci sono già abbastanza cose noiose nella vita senza che ci si metta a fabbricarne altre. So bene che è difficile far ammettere che un dipinto possa appartenere alla grandissima pittura pur rimanendo allegro. La gente che ride non viene mai presa sul serio.”
Dalla sua testimonianza si può evincere il gusto per il bello: Renoir, infatti, apprezzava la bellezza a tal punto da sentire il bisogno di fissare sulla tela non solo il ricordo di tutto ciò che aveva catturato con lo sguardo, ma anche ciò che percepiva “bello”, nel momento esatto in cui lo vedeva. Per Renoir la ricerca del “bello” non è una limitazione dei soggetti, ma si estende a tutto ciò che esiste, vive. La pittura deve esprime la gioia di vivere, esaltare la felicità del far parte della vita di tutto ciò che ci circonda.
Renoir si rapportava alla pittura in maniera assolutamente anti-intellettualistica, rappresentando ciò che lo circondava con lo stupore e la spensieratezza di un bambino.
«Dispongo il mio soggetto come voglio, poi mi metto a dipingerlo come farebbe un bambino. […] Non ho regole né metodi; chiunque può esaminare quello che uso o guardare come dipingo, e vedrà che non ho segreti. Guardo un nudo e ci vedo miriadi di piccole tinte. Ho bisogno di scoprire quelle che fanno vibrare la carne sulla tela. Oggi si vuole spiegare tutto. Ma se si potesse spiegare un quadro non sarebbe più arte. Vuole che le dica quali sono, per me, le due qualità dell’arte? Dev’essere indescrivibile ed inimitabile … L’opera d’arte deve afferrarti, avvolgerti, trasportarti»
Dopo il 1881 la sua pittura entrò in crisi. Egli abbandonò la leggerezza della fase impressionista per inoltrarsi in un nuovo periodo che egli stesso definì «agro». La sua pittura tese a uno spirito neoclassico; alla sua scelta contribuì un viaggio in Italia, che gli permise di conoscere i grandi pittori del passato.
“Avevo spremuto l’impressionismo quanto più potevo ed ero giunto alla conclusione che non sapevo né disegnare né dipingere. In una parola, l’impressionismo era, per quanto mi riguardava, un vicolo cieco”.
Fu negli anni della maturità che Renoir ottenne il meritato successo, tanto che nel 1900 venne insignito della legion d’onore, massimo riconoscimento della Repubblica Francese.

Renoir continuò a dipingere anche quando, ormai vecchio e colpito da artrite, fu costretto su una sedia a rotelle. Per realizzare il suo ultimo capolavoro, Le bagnanti (1919), si fece legare il pennello al polso in modo che non gli cadesse di mano, ormai malferma.
Ivan Sungkur
